Che cosa accade a un corpo quando decide di trasformarsi per avvicinarsi a ciò che sente di essere? È da questa domanda che nasce un progetto realizzato dall’artista visiva Jacqueline Salerno e curato da Tecla Genovese, che indaga il processo di affermazione di genere delle donne transgender attraverso il linguaggio del rito, della materia e del sacro.

 

Come parte degli eventi legati al San Lorenzo Pride di quest’anno, lo Studio Alessandro Calizza di Roma ha ospitato la mostra bipersonale d’arte contemporanea dal titolo “EX PLURIBUS UNUM”, composta dalle mie opere che compongono “TRANS-SOSTANZA” in dialogo con quelle del fotografo e artista Emanuele Marchetti. Nel percorso visivo che io propongo al pubblico si condividono saperi, pratiche, gesti sacri, molecole chimiche, liturgie barocche e dorate. Il titolo richiama quella che nella dottrina cattolica è la transustanziazione, momento dell’eucarestia cattolica in cui il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo. 

Le fasi che un corpo transgender affronta per affermarsi, trans-mutarsi, compiersi, sono infatti (rap)presentati come rituali che talvolta sono individuali e altre volte diventano vere e proprie cerimonie che corpi di donne T hanno deciso di celebrare insieme. La sostanza intesa come “essenza profonda” diventa carne e sangue, per poi darsi alla collettività. È risaputo, infatti, che non sono solo i corpi delle donne transgender a portare i segni del sistema binario ed etero-cis-patriarcale del mondo in cui viviamo. Anche i corpi delle donne cisgender, delle persone non binarie e di chi non si conforma alle aspettative sociali legate al genere sono sottoposti a norme, giudizi e pratiche che ne condizionano l’immagine, i comportamenti e il modo di abitare lo spazio sociale. Il corpo diventa così un luogo sul quale si inscrivono continuamente norme e significati.

TRANS-SOSTANZA vuole ricordare anche l’inevitabile sofferenza fisica presente nel percorso di affermazione di genere. Così come Gesù Cristo si è fatto carico dei peccati del mondo e della sofferenza altrui, il corpo di una persona transgender, pur non volendolo, deve farsi carico dello sguardo giudicante, violento, curioso, efferato del mondo. Il corpo esperisce così una sofferenza imposta, che è gratuita, ingiustificabile, una violenza che viene dallo sguardo delle altre persone.

L’obiettivo è anche quello di aprire spazi di riflessione sull’arte come strumento politico attraverso una precisa strategia comunicativa. L’utilizzo di oggetti devozionali riconoscibili, come per esempio gli ex-voto in ceramica, permette di attivare un’immediata associazione con l’immaginario religioso per poi modificarne il contenuto e orientarlo verso una nuova narrazione. Così un ex-voto può diventare un ringraziamento per la propria vulva o per i propri seni, mentre vediamo comparire su un Sacro Cuore la scritta “Corpus Transitus”. Ciò che può sembrare una riappropriazione o un tentativo di offesa o provocazione in realtà rappresenta soltanto un mezzo efficace per trasmettere un messaggio. 

L’ex voto nella religione cattolica nasce da una promessa, da un pericolo attraversato, da una guarigione, e restituisce materialmente qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile: la traccia di una grazia. In TRANS SOSTANZA questa idea è sottratta al suo significato originario ed è traslata sul corpo e sui percorsi di transizione. La “grazia ricevuta” diventa allora qualcosa di profondamente terreno: gli ormoni, la trasformazione fisica, il cambiamento dei lineamenti, il raggiungimento di una forma desiderata, il momento in cui il corpo comincia finalmente a restituire un’immagine nella quale potersi riconoscere.

È proprio qui che nasce il paradosso interessante. L’ex voto presuppone una grazia che arriva dall’esterno, qualcosa che ci viene concesso e per cui siamo chiamati a ringraziare. In TRANS SOSTANZA, invece, la grazia è il risultato di un processo di autodeterminazione. Non è un miracolo che accade al corpo, ma il corpo stesso che diventa luogo del miracolo. Per questo l’ex voto assume una nuova funzione: non è più soltanto un oggetto di devozione, bensì una forma di autorappresentazione e di testimonianza. Diventa la reliquia di un passaggio, la materializzazione di una conquista intima. Rovesciando quindi anche la direzione dello sguardo religioso, per cui la devozione non è più rivolta verso un’entità trascendente ma verso la possibilità concreta di amarsi e riconoscersi.

Trinité I

 

La scelta della lingua francese contribuisce alla dimensione rituale non solo per il significato delle parole, quanto per la loro qualità sonora, la loro morbidezza e la loro musicalità. La ripetizione trasforma le parole in una sorta di mantra, il linguaggio si fa ritmo, voce e gesto, e quasi come una filastrocca accompagna e avvolge, rendendo la ripetizione un’esperienza piacevole e quasi ipnotica. La voce diventa così essa stessa materia del corpo e strumento di trasformazione. 

I mezzi espressivi utilizzati per comporre quest’iconografia spaziano dalla ceramica alla fotografia digitale e alla videoarte. Nel progetto installativo, infatti, trova spazio anche una videoinstallazione. Nei fotogrammi troviamo una donna che rielabora alcuni gesti rituali della tradizione cristiana attraverso la propria esperienza corporea. L’assunzione del corpo di Cristo diventa metafora dell’atto di ingerire e metabolizzare il proprio percorso di affermazione di genere, nutrendosi della propria sostanza e riconoscendola come parte di sé. Una candela a forma di cuore anatomico in cera rossa richiama il Sacro Cuore di Gesù e diventa simbolo dell’amore e della devozione verso se stesse. Le legature, invece, rimandano alla costrizione metaforica di un corpo sottoposto allo sguardo sociale. Non sono un riferimento sessuale ma la rappresentazione dei vincoli e delle aspettative attraverso cui il corpo trans continua a essere osservato, giudicato e talvolta ridotto a una superficie, a un corpo senza possibilità di esprimere la propria complessità e identità.

Still dalla videoinstallazione

Le fotografie costruiscono così un dialogo visivo in cui il corpo trans e la croce cristiana si intrecciano senza mai fondersi completamente. La croce non diventa semplicemente un simbolo da appropriarsi, così come il corpo non viene presentato come un’immagine che necessita di essere consacrata. Entrambi conservano la propria autonomia, ma proprio attraverso la prossimità iniziano a modificare il significato reciproco. La croce, innanzitutto, è una forma. Prima ancora di essere un simbolo religioso è un’intersezione di assi, una linea verticale che incontra una linea orizzontale, due direzioni che si incrociano, e che nell’incrocio producono una nuova configurazione. In questa geometria elementare si trova una possibile metafora del corpo trans: un corpo che attraversa, che è attraversato, che si sottrae all’idea di una traiettoria unica e lineare. 

La verticalità e l’orizzontalità non sono più soltanto coordinate spaziali, bensì diventano vettori identitari, possibilità di movimento, tensioni che convivono senza necessariamente risolversi in una sintesi definitiva. La croce diventa una struttura aperta, una forma dell’intersezione, dell’incontro e della trasformazione. In questa prospettiva, il corpo trans non appare come un corpo che deve raggiungere una destinazione conclusiva, è un corpo inscritto in un processo. La trasformazione non coincide con il passaggio da un’identità a un’altra intesa come definitiva e binaria, è piuttosto la possibilità di mettere in discussione l’idea stessa che l’identità debba essere una forma chiusa. 

Jacqueline Salerno ed Emanuele Marchetti

È qui che il riferimento a Paul B. Preciado diventa particolarmente significativo. Il corpo trans, nella prospettiva della teoria contro-sessuale, può essere inteso come un corpo che sottrae la propria materialità ai dispositivi normativi che pretendono di organizzarla secondo categorie prestabilite. La trasformazione del corpo diventa allora non soltanto un’esperienza individuale, è un gesto politico e poetico, un modo di intervenire sulle forme attraverso cui il corpo nel binarismo di genere viene letto e classificato.

Il rapporto con il sacro non è però una ricerca di legittimazione, piuttosto è mettere in discussione entrambi i termini. Il corpo mostra la propria capacità di cambiare e la croce è chiamata a confrontarsi con questa possibilità di trasformazione. Non a caso l’anteprima di “EX PLURIBUS UNUM” (da molti, uno), che è una esposizione bipersonale, ha assunto un ruolo necessario, permettendo di sperimentare concretamente come l’unità non nasca dalla cancellazione delle differenze ma dalla loro coesistenza. L’“uno” non è quindi una forma stabile e dominante, è una condizione plurale, aperta e continuamente trasformabile. 

 

Jacqueline Salerno (IG: @j_a_c_q_u_e_s__/) è un’artista visiva nata nel 1994 che vive e lavora in Toscana. Si è diplomata in Decorazione presso l’Istituto d’Arte Perugini a Foggia e ha proseguito i suoi studi d’arte tra l’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove si è laureata in Arti Visive, e la Facultad de Bellas Artes di Salamanca, in Spagna.