Un germoglio nasce Bocciolo ma “si sente” Gemma, e così inizia un percorso di ricostruzione della sua identità nel rispetto di sé. Sul suo cammino incontrerà altri personaggi che appartengono al mondo della natura, che daranno un insegnamento e stimoleranno una riflessione sotto forma di brillante e originale favola da leggere a tutte le età.

foto di Masa Sazaki per Unsplash

 

Inizio con una confessione. Quando un bocciolo si sente gemma – una favola per raccontare la disforia di genere di Elena Marchesini (ed. In Riga Edizioni), è un libro che è rimasto in attesa molti mesi sul mio comodino.

Inizialmente trovavo stonate alcune parole del titolo e del sottotitolo: quel “si sente” e “disforia”.

Il “si sente” è spesso associato alla condizione transgenere: un uomo che “si sente” una donna, o viceversa, scorciatoia probabilmente inevitabile per raggiungere l’obiettivo di una trasmissione universale del messaggio ma scarsamente coerente con quello che la maggior parte di noi prova: noi non ci sentiamo niente, noi “siamo”. Certamente si tratta di una condizione diversa da chi non è trans*, ma si tratta di vite vissute e non di “sensazioni” (con l’uso dell’asterisco si intende tutta la comunità che include persone trans, genderqueer e non binary, N.d.R.).

Anche il termine “disforia” mal mi disponeva: si tratta di un termine psichiatrico e non riuscivo a non pensare alle battaglie per la derubricazione della “disforia” da disturbo mentale a “incongruenza di genere” quale condizione personale non patologica. Su questo aspetto ero disposta a “chiudere un occhio”, perché da un punto di vista formale questa derubricazione avrà effetto dal 1° gennaio 2022, in seguito a quanto stabilito dalla 72a Assemblea Mondiale della Sanità nel maggio del 2019 che, adottando l’undicesima revisione della classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari connessi (Icd-11), ha di fatto replicato ciò che trent’anni fa avvenne per la condizione omosessuale.

C’era, insomma, una resistenza della “me attivista” che faceva scivolare questo libro in fondo alla pila.

In occasione dell’omicidio di Maria Paola Gaglione, la cui “colpa” sarebbe stata quella di avere un compagno trans, ho pensato che partire dai e dalle più giovani, dai bambini e bambine, dagli e dalle adolescenti, fosse un imperativo e ho estratto dal fondo questa favola.

Pensavo che mi sarei annoiata, perché non ho una passione per le favole e la mia anima pedagogica è rivolta ai giovani adulti, agli studenti universitari.

Scorse le prime pagine, mi ha raggiunta un’epifania: non era la “me attivista” che rimandava la lettura, ma la “mia parte bambina” che aveva molta paura di riesumare un’infanzia complicata.

Oltre che scorrevole, si tratta di una favola adatta ai piccoli ma forse ancor più ai grandi, e man mano che mi addentravo nella lettura, tra i personaggi di Bocciolo di Giacinto che sarà poi Gemma di Margherita, del Gran Ciliegio, di RegiNatura, della tartaruga RugaLenta, del Duca dei Venti, non riuscivo a staccarmene.

petali di Margherita

Quello che più mi ha colpito è stata la capacità di Elena Marchesini di semplificare grandi verità senza banalizzarle, di portare in superficie questioni, per le quali io riesco a scrivere anche venti pagine, in tre parole che arrivano a chiunque.

Immediatamente dopo la sorpresa di questa “magia semplificatrice”, mi ha colta un secondo stupore: “Ma come fa, qualcuno che non ha relazioni dirette con questa nostra condizione, e che fino a poco prima di scriverne non la conosceva, a sapere in profondità tutte queste cose di noi?”

«Non importava che fosse nato Bocciolo o Gemma. Sapeva che sarebbe stato una Gemma, prima o poi. E, in seguito, Margherita. Doveva solo capire come»

È esattamente quello che mi attraversava a cinque, sei anni, e che so aver riguardato moltissime persone trans*.

Non sapevo come sarei stata Laura, il miracolo che invocavo ogni sera non si verificava mai, ma sapevo che, prima o poi, lo sarei stata.

Quando per la prima volta Bocciolo si presenta nei panni di Gemma le reazioni sono terribili.

«Cercò di non farci caso. Si diceva che non era importante, perché chi gli voleva bene e lo capiva, lo appoggiava e non lo guardava male […] si convinse, allora, che non aveva bisogno di piacere a tutti. Continuò a indossare i petali di Margherita perché, in fondo, lo facevano sentire bene».

Si tratta di qualcosa che riguarda qualsiasi percorso di transizione: lo sgomento di chi ti gira le spalle per paura, per ignoranza, la dolorosa consapevolezza dell’impossibilità di trovare accoglienza universale.

FiorMamma

Il viaggio di Bocciolo verso la propria essenza di Gemma svela incontri meravigliosi, nuove amicizie, nuove scoperte e, pur nelle difficoltà, un nuovo modo di vivere la gioia. In questo la favola reca un messaggio universale, non solo legato alla specifica condizione che riguarda l’identità di genere, e questa è una delle chiavi più interessanti di questo libro.

In questa favola sono messe in fila, una per una, in una sequenza e secondo una struttura che rende davvero difficile immaginare che l’autrice non è trans*, le intime paure, gli sguardi del mondo esterno, le perdite, le rivelazioni, i ritrovamenti sino al momento della fioritura, che nella favola prende forma nella tradizione dello hanami, la sentitissima consuetudine giapponese di godere della bellezza evanescente dei ciliegi a primavera, e che rappresenta per metafora un momento decisivo per quei preadolescenti timorosi di acquisire dirompentemente quelle caratteristiche che impediranno loro di esprimersi per come hanno sognato e desiderato.

Lo spuntare della barba o dei peli, il cambiamento della voce o lo spuntare del seno: tutto ciò che renderà molto più complicato un percorso che già da tempo ha imposto ostacoli e difficoltà.

Come sarà Bocciolo dopo la fioritura? Potrà ancora indossare i suoi petali di margherita?

La favola ci racconta che sì potrà ancora, e completa un percorso che ha visto personaggi come RegiNatura, Raggio di Sole, Duca dei Venti prendersi cura di qualsiasi differenza: la natura non ostacola i desideri di nessuna delle sue creature, il sole scalderà chiunque senza chiedersi se esistano canoni morali che descrivono la dignità di ricevere i propri raggi, il vento soffierà per tutt* senza distinzioni.

Rosa e Narciso

È un ribaltamento del cardine sul quale ruota tutta la critica alla cosiddetta “teoria dell’identità di genere”, che in realtà è una “pratica”, quella delle vite delle persone transgender. Se la critica fa perno sulla natura e sull’essere “contro natura” delle persone transgender, la favola ci mostra un’evidenza così semplice e vera che smonta qualsiasi critica accademica: sì, il raggio di sole scalda ogni persona senza curarsi delle diversità, e la natura si arricchisce e gode di queste differenze.

Non sono sicura che un libro come questo possa entrare nella scuola primaria senza suscitare le solite reazioni di chi teme che narrazioni come questa potrebbero “traviare i nostri bambini?”, ma certamente sarebbe un’equa compensazione al desolante scenario di testi in cui la mamma cucina, il babbo lavora e i figli seguono le loro stereotipate orme, lasciando nell’oscurità tutto ciò che resta fuori dalla visuale di un binocolo, e di un mondo, piccolo piccolo.

 

Note:

La prefazione è a cura di Maddalena Mosconi, psicologa-psicoterapeuta, responsabile “Area Minori” SAIFIP – Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica, Azienda Ospedaliera S. Camillo, Roma. Da più di venti anni si occupa di problematiche legate all’identità di genere e, in particolare, è specializzata in bambini e adolescenti.

Intervista a Elena Marchesini: www.frammentirivista.it/elena-marchesini-raccontare-le-diversita-con-una-favola/

Videointervista: www.youtube.com/watch?v=7xlh_PqDAS8