Benjamin Franklin diceva che “a piccoli colpi si abbattono grandi querce”. Evitando di confrontarla sulle sue posizioni di ostruzionismo nei confronti della legge Zan, Tommaso Zorzi ha perso un’occasione per sferrarne uno verso Giorgia Meloni, ospite del Maurizio Costanzo Show a un incontro con giornalisti e personaggi dello spettacolo. Un commento su un’ennesima occasione che abbiamo perso.

 

Per gentile concessione dell’autore; articolo già pubblicato sul blog del Festival MIX Milano con il titolo “Tommaso Zorzi, l’alimentazione equilibrata e i diritti LGBTQ+”

 

Più di 30 anni fa lo scrittore Aldo Busi, ospite del Maurizio Costanzo Show, rivendicava il suo diritto a essere se stesso senza dimostrarsi compiacente o rassicurante verso nessuno e arrivando persino a fare un orgoglioso elenco delle malattie veneree che nel corso della sua vivace vita sessuale aveva preso. Certamente un po’ disturbante per il pubblico TV dell’Italia di allora, ma il messaggio era, a mio avviso, molto chiaro: non gli chiedeva l’approvazione e non ne cercava la pietà, quindi non doveva scusarsi di nulla.

Il messaggio fu recepito bene anche da me, adolescente gay della profonda provincia italiana: “Ragazzo, tieni il mento bene in alto e sii orgoglioso di te stesso!”

Circa una settimana fa, sempre al Costanzo Show, tra gli e le ospiti della serata erano present* Giorgia Meloni e Tommaso Zorzi.

Chi è Tommaso Zorzi?

Zorzi è un noto influencer originario di Milano con alle spalle studi in Economia e Business Management a Londra. È diventato famoso dopo aver partecipato al reality show #Riccanza, dedicato ai giovani e alle giovani più ricch* d’Italia. Dopo varie ospitate TV ha recentemente partecipato e vinto al Grande Fratello VIP.

Zorzi e il pudore nella televisione italiana

Zorzi ha conquistato il pubblico della trasmissione con il suo umorismo e la sua spontaneità, durante la quale non si è mai fatto problemi a manifestare pubblicamente i suoi bisogni, come quando avrebbe detto in diretta televisiva: “Ho voglia di cazzo”. Ora, se l’ha detto non c’è nessun problema: noi lo sappiamo bene che non c’è nulla di male. Puoi aver voglia di bistecca e lo comunichi a chi ti è vicino, che magari qualcuno ti porge il piatto. Puoi aver voglia di patate e lo dici senza filtri. Puoi avere voglia di salame e, giustamente, lo comunichi perché, forse, qualcuno nei paraggi te lo offre.

In fondo, la televisione italiana – prima la commerciale, poi anche quella di Stato – da 40 anni a questa parte non ha fatto altro che solleticare le voglie dei maschi etero con balletti succinti di ragazze spesso appena maggiorenni, basta pensare alle soubrette de Il Bagaglino, di Striscia la notizia o alle Letterine di Passaparola. Certamente, milioni di uomini, seduti comodamente sul divano di casa propria avranno pensato “Ho voglia di fica” in presenza delle loro mogli, amanti, figlie e/o amiche, le quali, suppongo, si sarebbero sentite umanamente vicine a una manifestazione così spontanea di un bisogno che è appunto primario, legittimo e del tutto naturale, non è vero?

Seguendo la stessa logica non c’è nulla di male se Zorzi, rinchiuso in uno studio televisivo che tenta di replicare uno spazio abitativo e che gioca sullo sfinimento psicologico dei partecipanti al fine di videoregistrare questa o quella “perla” di saggezza, ha detto che ha voglia di cazzo.

Le mancanze di Zorzi

Ora se la voglia e il bisogno di cazzo sono legittimi (e lo sono ovviamente) come quella di bistecca, Zorzi dovrebbe capire che è anche importante il contorno, altrimenti quella bistecca può diventare indigesta. Del resto, i tedeschi, grandi mangiatori di wurstel, da secoli affiancano al loro piatto nazionale i crauti perché facilitano la digestione e stimolano il microbiota…

I crauti che forse mancano nel piatto di Zorzi sono la consapevolezza di quello che è e la responsabilità che probabilmente dovrebbe sentire, in quanto personaggio pubblico dichiaratamente gay, verso la sua comunità quando compare sul medium di massa per eccellenza che è la televisione, come detto da Pasolini nel 1971.

La gabbia dello stereotipo gay nella televisione italiana

Zorzi quando si è trovato in presenza di Giorgia Meloni al Costanzo Show, invece che cantare con lei sul palco, avrebbe dovuto usare la grande popolarità di cui gode al momento per farsi portavoce delle istanze di tutta la comunità in un momento cruciale come questo in cui la proposta di legge Zan contro l’omofobia, la misoginia e l’abilismo è arenata al Senato. Avrebbe dovuto farlo per la comunità a cui appartiene e, a mio avviso, anche per se stesso, al fine di sottolineare che forse non è disposto a incarnare solo lo stereotipo del gay carino, divertente, simpatico, rassicurante e talvolta irriverente come avrebbe fatto nella trasmissione Le Iene di due settimane fa dove, tra l’altro, siamo venuti a conoscenza del fatto che è imminente l’arrivo sul mercato di una linea di vibratori di cui è il designer. 

Zorzi non l’ha fatto perché, come molti gay del nostro paese, probabilmente non si vuole bene.  Come molti gay di questo paese forse crede di dover stare al suo posto, un posto che al momento è per lui certamente ben retribuito come del resto erano anche retribuiti i giullari delle corti medioevali.

Nel nostro paese è lunga la lista di personaggi pubblici gay “prêt-à-porter”. I più noti degli ultimi anni li conosciamo bene e sono tra gli ospiti più graditi nelle trasmissioni TV italiane di maggior successo. Trasmissioni in cui spesso i e le padron* di casa si ergono a paladin* dei diritti LGBTQ+ quando invece non farebbero altro che alimentare i peggiori stereotipi. Questi gay “prêt-à-porter” a volte hanno la parrucca, a volte si vestono da donna, a volte, come nel caso di Zorzi, rivendicherebbero il bisogno di cazzo, eppure sembra che abbiano difficoltà nel rivendicare con la stessa fermezza anche diritti irrinunciabili come quello di avere una legge che li tuteli da attacchi omofobi.

Il privilegio di Zorzi

Zorzi forse non capisce che le sue sacrosante voglie potrebbero anche mettere a rischio la sua vita come è successo a quei ragazzi aggrediti nella metro di Roma; ma il punto è che lui è un privilegiato perché è ricco, perché è una star TV e magari dopo quella puntata del Costanzo Show sarà anche andato a cena con “la Giorgia” e lei con fare confidenziale gli avrà sussurrato di quanto è simpatico il suo parrucchiere gay.

Del resto anche nel film Caterina va in citta (Paolo Virzì, 2003) si parla di una società che non si divide più tra chi vota destra o sinistra, tra chi crede in questi o quei diritti quanto piuttosto in base al reddito, in base alla scelta del quartiere in cui abitare e alla meta della prossima vacanza: è assai probabile che Zorzi si ritroverà al fianco dell’ombrellone della Santanchè il prossimo agosto.

Due problemi di rappresentazione

Ma il problema è rappresentato da chi, come pare faccia Zorzi, non ha interesse ad affrancarsi da un certo tipo di immagine stereotipata e non ha interesse a rivendicare con fermezza i propri diritti, oppure è rappresentato dalla televisione italiana che è la più grande industria produttrice di cultura mainstream del nostro paese?

I protagonisti sembrano cambiare, ma in realtà è in atto una costante replicazione dell’immagine dello stesso personaggio gay, anche se declinata in colori diversi, un po’ come ha fatto Andy Warhol con la produzione ossessiva dello stesso fotogramma di star come Marilyn Monroe:  

“Nella fissità di un’immagine che replica all’infinito la vacuità di una vita di celluloide, forse Marilyn cerca sé stessa, senza trovarsi mai”

Andy Warhol

C’è da chiedersi se siamo le vittime o i primi carnefici di noi stessi…