Una delle più interessanti voci del mondo LGBT italiano, donna transgender e fumettista di grande talento, ha accettato la sfida di rispondere a una serie di domande fuori dagli schemi. Parlando insieme è sorto anche un dubbio: cosa significa essere o non essere una persona attivista? È una definizione che ci si dà o è un’etichetta che ci si guadagna sul campo e come?

foto di Kyle per Unsplash

 

In occasione della 39a edizione del Festival MiX di cinema LGBT e Queer culture di Milano, dove era in giuria nella sezione cortometraggi del concorso, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti. La spinta a chiedere l’intervista in realtà non è stata il fatto che è una grande autrice nel panorama del fumetto italiano e/o una donna transgender pubblicamente dichiarata da anni. È stata fornita dalla cartella stampa della rassegna, dove lei è definita “fumettista e attivista italiana”.

In una sua intervista apparsa nel sito Illibraio.it del 27 settembre 2019, alla domanda “Si considera un’attivista? Quanto sono inclusive le battaglie femministe e LGBT in Italia oggi?”, infatti, si era espressa così: “Non sono un’attivista: mi piacerebbe, ma richiede davvero tanto, tanto impegno, mentre io, al massimo, riesco a infilarmi ai piedi le Dr. Martens la mattina e postare foto del mio culo su Instagram. Mi piace però considerarmi, citando Donna J. Haraway: un cyborg xenotransfemminista, antifascista, alla riscossa di tutti i corpi per la distruzione del patriarcato”.

Per quanto l’impatto delle azioni o di pensieri e parole altrui possa essere considerato prezioso o illuminante, ci si può auspicare ma non si può chiedere a nessuna persona LGBT famosa e dichiarata di fare militanza, o di diventare un cosiddetto “modello di ruolo” se non se la sente. Deve essere una scelta libera e consapevole, con la speranza che sia poi supportata da una corretta dose di informazione e formazione, perché i nostri temi non sono sempre facili da raccontare, spiegare o anche decostruire se sono trattati in maniera superficiale o stereotipata.

Josephine Yole Signorelli in arte Fumettibrutti – ph. Mauro Padula

La cornice dei giorni del Festival MiX, dove cultura e politica sono due lati della stessa medaglia, ci permetteva l’azzardo di agitare le acque. Non è stato facile preparare domande che non dessero un senso di già chiesto, e ci abbiamo lavorato anche in piena notte di nuovo a casa dopo le proiezioni e prima di andare a dormire. È stata una fatica non indifferente però ripagata da un incontro straordinario.

Nella sigla del MiX 39 creata da Stefano Protopapa si sentono due voci T potenti: una è quella di Sylvia Rivera che dal palco del pride di New York del 1973 esprime la sua rabbia gridando: “Revolution now”, e a seguire Porpora Marcasciano dice: “Il mio corpo è un atto politico. Ho scelto di essere libera. E la liberà ha un caro prezzo”. Ci riferiamo adesso a una tua intervista rilasciata a IlLibraio.it a ottobre dello scorso anno, in cui dici “(Michela) Murgia chiedeva ‘dove sono le donne?’ e a me viene da dire ‘dove sono le donne trans?’”. Vorremmo aggiungere: dove e quali sono le donne trans di potere in Italia?

In questo momento in Italia ci sono tantissime voci di donne trans. Il fatto è che nella politica mainstream vengono ancora considerate come delle mosche bianche. Lo sono per quel tipo di politica ma in realtà non è così e noi lo sappiamo, soprattutto perché nel caso della politica dal basso, underground, noi abbiamo la possibilità di scoprire tantissime voci che partono dalle associazioni.

Ora come ora mi viene in mente un caso recente, quello di Roberta Parigiani (avvocata e vicepresidente del MIT – Movimento Identità Trans, N.d.A.), attaccata da Provita e Famiglia Onlus e dall’onorevole Sasso, misgenderata anche sui social, perché ha espresso la propria opinione sui fatti avvenuti recentemente negli Stati Uniti, e questa cosa non è accettabile. È per dire che qualsiasi tipo di voce che provi a uscire dalla nostra bolla in qualche modo sembra che debba essere silenziata.

Ecco, siccome la nostra bolla non è soltanto una bolla ma è più viva che mai in questo periodo, e io quando ho fatto coming out pubblicamente l’ho fatto perché c’era bisogno di aggiungere anche altri tasselli alla nostra narrazione, secondo me siamo sulla strada giusta per continuare così e anzi non dobbiamo fermarci, dobbiamo continuare a dire sempre più cose, fare sempre più rumore e non sono solo frasi di retorica. Proprio a noi stesse e stessi a volte ci succede che non ci sentiamo abbastanza in grado, perché ci sentiamo come gocce nel mare ma in realtà, se appunto sommi tutte le gocce, a un certo punto quel mare si disperde e diventa una marea.

Partendo, invece, da eventi politici storici, quest’anno ricorre il 45° anniversario della cosiddetta protesta delle piscine avvenuta qua a Milano, che poi portò alla legge 164 che è ormai obsoleta rispetto ad altre legislazioni europee.

Fantastico l’anniversario (maggiori informazioni qui, N.d.A.).

Foto di charliewarl per Unsplash

Secondo te com’è possibile contrastare questa transfobia che ormai è quasi normalizzata o resa norma, pensiamo per esempio all’adolescenza trans che è fortemente minacciata. E soprattutto come mai sembra che alcune parti della comunità non si rendano conto che l’attacco alla lettera T è un attacco a tutta la sigla LGBT, e che quindi chiunque di noi ne sarà vittima?

Il fatto che ci sia una frangia di persone che difende solo LGB direi che si commenta da sola. Io faccio una cosa che ho cominciato un po’ recentemente a fare: non mi concentro sui nemici, mi concentro su quello che serve per tenere fermo il punto, proprio perché la lotta tra queste voci non sono mai voci dal basso od orizzontali, sono sempre voci che vengono dall’alto e che tendono a distrarre e a distrarci pure. È appunto un metodo in qualche modo di soppressione del pensiero contrario a quello che potrebbe essere il pensiero eterosessuale normativo cisgender, perché è di questo stiamo parlando.

Io mi sento divulgatrice e comunque per spezzare con una battuta, attivista è una di quelle parole che non ti puoi dire da sola, come anche stronza (risate) o come artista. Sono tre cose, tre parole che secondo me non ti puoi dire da sola. Sicuramente le mie azioni hanno portato poi alcune persone a definirmi tale e questo mi fa piacere, e soprattutto io penso che ci sono delle responsabilità in questo.

Io ho iniziato il mio lavoro citando Demi Lovato, da una canzone in cui parlava dell’essere sobria o meno che si chiama Sober, e c’è questa frase molto bella che secondo me riassume quello che ho provato a fare, “volevo essere un modello ma sono solo umana”. Il fatto è che ci dimentichiamo che appunto è in questo essere umani in realtà che tutte e tutti abbiamo dei diritti, che è questo secondo me è il punto che grazie all’evento della piscina noi possiamo ricordarci. Ci sono delle persone che ti diranno: “Vabbè, se non cambi i documenti o non ti puoi sposare cosa ti cambia? Alla fine tu qui puoi vivere, puoi stare bene, è un paese l’Italia dove in teoria non ti succede nulla”. Ma io devo avere il diritto come tutti gli altri di fare tutto quello che voglio.

Esatto.

Che io sia trans non vuol dire che io perdo automaticamente diritti o che debba preoccuparmi che il mio corpo sia politico quando attraverso la strada. Quelle parole di Porpora nella sigla sono importantissime proprio perché ci ricordano che i corpi della piscina del Lido di Milano del 1980 e in generale i corpi delle persone trans nel momento in cui attraversano lo spazio pubblico stanno facendo qualcosa di politico.

Ecco, tutta la nostra forza deve essere riversata nel dire “ok, noi stiamo combattendo adesso ma questa cosa prima o poi non deve essere più che noi la dovremmo sentire come un peso”. Soprattutto noi gli diamo giustamente tanta importanza, e rimarremo sempre orgogliose però è anche un diritto non doverci pensare.

Arriviamo alla tua ultima opera Tutte le mie cose belle sono rifatte edita da Feltrinelli, dove tu racconti il tuo percorso d’affermazione anche a livello chirurgico. In qualche modo, vi è il tentativo nella tua narrazione di scardinare il sistema attuale, che come sappiamo ha delle grandi criticità se pensiamo al cosiddetto “transificio” per cui bisogna passare per psicologo, avvocato e giudice? E per concludere, qui e ora bisogna ancora essere soltanto belle per essere validate?

Sono domande importantissime. Io ho pensato che già dal titolo si intuisse che c’era qualcosa di più, non volevo essere neanche provocatoria, voleva essere una cosa divertente, infatti poi penso che nel libro questa cosa venga restituita. Mi vengono in mente tante opere che dalla copertina non si capisce immediatamente il significato.

Il fatto dello scheletro con le protesi in copertina io l’ho ripreso da quando nel 2013 ho guardato il programma Amore Criminale che è stato l’unico programma che ho visto nella TV pubblica quando io ero piccola in cui si parlava di queste due sorelle trans uccise dalla mano di uomini. Anche se era un po’ con la dicitura del tempo, con i nomi e un po’ di cose che non erano corrette, mentre adesso sicuramente lo sarebbero perché se ne sa molto di più, devo però dire che è stato l’unico programma.

Questa immagine di queste protesi sullo scheletro mi sembrava molto potente, anche per ricordare questa storia. Ci sono, infine, molte persone che quando pensano ai nostri corpi pensano a delle persone che hanno sofferto per la forma eccetera, invece questo scheletro sorride, proprio perché per me è una cosa bella.

Poi c’è l’argento dello sfondo che ricorda il tavolo chirurgico, e l’argento in generale ha un significato come colore profondo, alchemico, e aveva un senso specifico farlo, utilizzare quel colore per quella copertina. Se in generale è vero che noi con la chirurgia ci sentiamo più validate, in realtà nel mio caso è una cosa più d’estetica e lo penso onestamente, e da quando faccio le presentazioni è una cosa che specifico ancora di più. 

Il libro ha una storia a sé e una narrazione a sé, e io ho parlato di quello che mi andava di parlare in quella storia e anche di dove mi ha portato il libro. Però ultimamente, siccome sto facendo tutti questi reading in cui lo racconto, ho la possibilità di dire una cosa: le persone trans non sono solo quelle medicalizzate. Noto che perfino nella comunità LGBT+ abbiamo questa sensazione che le persone non binarie, queer non siano, non facciano veramente parte della comunità e neanche siano nello spettro/ombrello transgender.

C’è un problema di comunicazione: se queste lettere fanno fatica a spiegarsi e a farsi capire e “io” non ho voglia di capirle o di chiedere si crea un cortocircuito.

È già qualcosa però anche il fatto stesso che si pongano domande, che ci si aiuti, si chieda una mano e si faccia fronte comune. Secondo me è il primo dettaglio a cui guardare. In realtà una cosa che dico è che secondo me, invece, dobbiamo iniziare a considerarle tutte queste persone sotto l’ombrello del termine transgender e che comunque la nostra esperienza non è validata o meno dagli interventi né dagli ormoni, anche perché, ovviamente, da quando ho fatto coming out mi dicono: “Tu sei così perché hai potuto permetterti la chirurgia, hai avuto accesso agli ormoni ecc. ecc. ecc.”.

Beh, solo nel nostro bianco Occidente crediamo che il terzo genere o comunque le persone in transizione, le persone che non fanno parte specificatamente di maschi e femmine non siano mai esistite. In realtà ci siamo sempre state e in alcune culture questa cosa la conosciamo a livello storico. Nella nostra probabilmente siamo state silenziate e questo a che fare anche con le donne, con il femminile, perché quando dicono che la storia la raccontano i vincitori questi vincitori sono stati principalmente uomini eterosessuali cisgender bianchi, e quindi tutte le altre voci sono state silenziate, a partire dalle donne. E quindi in generale io credo che sia importante dirci che in realtà noi le nostre storie non le conosciamo del tutto, anche perché c’è stato quell’evento da parte dei nazisti che hanno bruciato la biblioteca…

…l’Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld a Berlino.

Mi viene in mente, cioè ho il dubbio che un giorno magari… Io sto sempre sull’attenti pensando che prima o poi i nostri libri, quelli di adesso, quelli con cui abbiamo scoperto e capito tante cose potrebbero essere in pericolo. Ed è per questo che siamo qui costantemente a parlarne e con i nostri corpi vivi a parlarne.

Sicuramente la storia gay è stata più narrata e archiviata, mentre le donne lesbiche e soprattutto le persone transgender se hanno lasciato tracce sono state cancellate volutamente da altre persone o per l’incuria del tempo.

Noi siamo come le streghe che hanno tramandato a voce tutto quello che sapevano, le loro conoscenze, perché magari non avrebbero potuto scriverne, perché sarebbero state in pericolo, ma prima o poi questa storia è arrivata alle nostre mani, quindi l’importante è dircele anche a voce.

Partendo dalla cosiddetta trilogia esplicita (Romanzo esplicito, P. La mia adolescenza trans, Anestesia) fino ad arrivare a Tutte le mie cose belle sono rifatte, si percepisce sempre una forte libertà di sentire il proprio Sé autentico e di seguirlo al di là delle direzioni previste o impreviste, c’è sempre questa fiducia. Tu pensi che nelle tue prossime opere rimarrà questo fluire autobiografico o ci aspettano progetti completamente diversi?

Quello che penso si possa dire è che ormai… No, non si può dire (risate). Stavo scherzando. Sicuramente una cosa in generale di auto-fiction, perché l’autobiografia è una di quelle cose che mi interessano di più. In generale anche se la transizione ha che fare nella mia vita come percorso, qualcosa come un senso stretto di necessità, un sentire, come dicevo prima non voglio più pensarci. Io sono così e sono orgogliosa di esserlo e quando ho bisogno di raccontarlo, lo racconto.

Poi c’è una parte poetica che secondo me che negli ultimi anni per necessità non è tanto venuta fuori e che ha che fare con la transizione in letteratura. La transizione almeno dal mio punto di vista, magari è una mia idea, è qualcosa di magico. Io ho capito che è un tipo di racconto questo che non posso fare in determinati contesti, perché ovviamente c’è bisogno di mantenere il punto.

Ad esempio nel momento in cui stai militando preferisco fare un percorso da A a B ed essere molto più chiara, precisa per come posso. Ma la transizione è qualcosa di magico che ha a che fare con la letteratura, la narrativa. Io penso a tutte quelle persone che non possono provare qualcosa del genere che ha a che fare con il sapere veramente chi sei e avere paura, e a un certo punto non avere più paura di mostrarlo agli altri.

Poi succede quello che io chiamo “ghigliottina dei rapporti”, che ha che fare con tu che perdi delle persone dalla tua vita perché queste persone non vogliono veramente avere a che fare con te. Questa è una fortuna, perché ci sono persone che gravitano nella nostra vita che cercheranno sempre di tirarci giù, e le persone che non possono sperimentare, cioè vivere questa cosa della ghigliottina dei rapporti in maniera autentica come lo facciamo noi, per me sono un po’ sfortunate rispetto a noi.

Meraviglioso, ciak finale, grazie chiudiamo qui! (risate)

Davvero, alla fine pensi che noi eravamo previste, che ci siamo sempre state. Perché pensiamo che siamo un prodotto dell’ultimo periodo? Noi queste potenzialità le abbiamo sempre avute, è solo che adesso abbiamo la possibilità di stare anche in gruppo. Anche per questo bisogna sempre rimanere in gruppo, anche perché da sole non si fa nulla o quasi nulla. Io credo che abbia proprio a che fare con la possibilità di cambiare il mondo. È come il transfemminismo che ti porta in luoghi in cui non pensavi di poter camminare.

Da quando ho scoperto questa filosofia di vita io non posso fare a meno di leggere il mondo in questa chiave e cercare di cambiarlo. Per come io la penso, in generale le persone possono vivere la loro vita in maniera orizzontale. È chiaro che stiamo vivendo un momento preoccupante e io continuo a seguire le notizie, ma proprio per questo ho la mente ben lucida su determinate cose e sono sicura sulla transizione. Ho questo pensiero magico, che in fondo va raccontato anche questo.