In un’interpretazione straordinaria, Valeria Bruni Tedeschi è una donna caduta in disgrazia, che nel pieno di una crisi esistenziale si crea una realtà immaginaria per continuare a vivere. Sarà salvata dall’amore improvviso per un’altra donna, vissuto nella cornice complessa di una banlieue parigina.
Presentato fuori concorso nella serata di chiusura della 39a edizione del MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer di Milano, Une vie rêvée (una vita sognata) è una commedia drammatica diretta dal regista francese Morgan Simon e ha per protagonista principale Valeria Bruni Tedeschi. Dopo averla vista avvolta nei veli e scialli della divina Eleonora Duse, di primo acchito il trovarla nelle vesti di una cinquantenne disoccupata e sommersa dai debiti, che non ha neppure il denaro necessario per prendere un treno per andare a trovare un’amica, ci lascia un poco sorpresi ma è una sensazione che dura assai poco.
L’attrice interpreta il personaggio di Nicole, madre single di Serge, il figlio diciannovenne con il quale non ha un rapporto facile essendo troppo possessiva e invasiva nei suoi confronti, e questo causa spesso forti tensioni tra loro. Ad aggravare la situazione c’è anche il fatto che non riesce a trovare un impiego, gli ultimi risparmi si stanno esaurendo, e il modesto appartamento in una casa popolare di un degradato quartiere di periferia di Parigi dove abitano è anche visitato da un indesiderato topo.

Il Natale si avvicina e Nicole vorrebbe regalare al figlio un videogioco che le ha chiesto, ma essendo troppo costoso pensa di rubarlo. All’ultimo momento, timorosa delle possibili conseguenze però rinuncia e ripiega su un libro il cui argomento farà imbestialire Serge durante la serata della vigilia. A questo punto lui scaglia addosso alla madre tutto ciò che realmente pensa di lei e che si era tenuto dentro, ritenendola una fallita sia come donna sia come madre.
Monta una lite furibonda e lei reagisce colpendolo e ferendolo involontariamente alla testa, a quel punto Serge fugge da casa. Il giorno di Natale Nicole si trova completamente sola e con la casa a soqquadro, per cui scende al bar sotto il palazzo per un caffè, rendendosi conto che la proprietaria Norah è l’unica persona che mostra empatia per la sua situazione. In breve tempo si scopre che Norah la osservava da tempo ed era anche diventata la confidente di Serge, cosa che induce Nicole a fare delle congetture sul motivo di questo inaspettato interesse.
Passano i giorni delle feste e arriva il 31 dicembre. Serge non è ancora tornato a casa, ma il legame e la confidenza tra le due donne si fanno sempre più stretti. Trascorrono la serata insieme al bar, finendo poi a letto nell’appartamento di Nicole. Per lei è la prima volta con un’altra donna, ma al pari di Norah si sente già completamente coinvolta anche a livello affettivo.

Valeria Bruni Tedeschi
La mattina di Capodanno Serge arriva inaspettatamente e capisce subito la situazione. Dopo un attimo di titubanza ha una reazione positiva, vedendo la madre felice e stimando Norah. Capiamo che d’ora in poi il rapporto tra madre e figlio sarà meno conflittuale, mentre resterà avvolto nel mistero se la relazione tra le due donne continuerà. Del finale riveliamo solo la salvifica notizia di un nuovo, provvidenziale impiego per Nicole ottenuto in maniera a dir poco rocambolesca.
Abbiamo trovato Une vie rêvée un film intimista e sincero, e si ha la sensazione che il regista e sceneggiatore Simon tratti un materiale umano e tematiche che fanno parte del suo vissuto. Tanto è realistico il continuo confronto impastato di affetto, possessività e ribellione tra Nicole e Serge, quanto è soffuso di delicatezza, fragilità e rispetto il nascente legame tra le due donne.
Simon ha potuto contare sul carisma e il talento indiscusso di Valeria Bruni Tedeschi che dà assoluta credibilità al ritratto di una donna dalla vita non certo facile, ma sempre sorretta dall’ottimismo e soprattutto dalla speranza, capace di risollevarsi dai colpi bassi del destino. Ottima anche la scelta di Félix Lefebvre (già co-protagonista del film di François Ozon Estate ’85), un Serge introverso e ombroso, con il peso di dover gestire una mamma fuori dagli schemi, e di Lubna Azabal, una Norah rassicurante e discreta però assai decisa nel perseguire il suo progetto di vita.

Félix Lefebvre
Morgan, 38 anni ma ne dimostra almeno dieci di meno, carriera iniziata con una serie di apprezzati corti che lo hanno fatto conoscere, è al suo secondo lungometraggio dopo Compte tes blessures (conta le tue ferite) del 2016 sul conflitto generazionale e affettivo tra un padre e suo figlio. Lo abbiamo incontrato al teatro Strehler subito dopo la proiezione.
Alla fine del film appare la dedica alla tua mamma, e anche per questa ragione viene spontaneo chiederti se nella storia c’è un pizzico di autobiografia.
Vengo dalla periferia della società, sia metaforicamente che fisicamente, da una famiglia e una casa molto modeste. Quando avevo 10 anni mia madre (allora quarantenne) s’innamorò di una donna e lasciò mio padre. In quegli anni era ancora un atto di coraggio e nel film c’è un richiamo a quella relazione. Non c’è traccia di giudizio morale: io accettai la cosa senza alcun problema, pensando che lei avesse trovato la persona giusta.
Sei anche l’autore della sceneggiatura. La tua prima fonte d’ispirazione è stata quella di scrivere un film con al centro il personaggio di una donna non comune, un po’ bizzarra e con una relazione complessa con il figlio adolescente oppure volevi focalizzarti su una relazione d’amore al femminile?
La mia prima intenzione è stata quella di mostrare alcuni tipi di persone che non si vedono spesso al cinema o nei media, che non sono mai al centro dell’attenzione della società e che pensano di non poter cambiare la propria vita. Volevo dimostrare che a cinquant’anni puoi rinascere, rigenerarti, scoprire in te qualcosa di nuovo, qualcosa che non sapevi di avere, come nel caso di Nicole.
Come descriveresti la personalità di Nicole e di suo figlio Serge?
Nicole è una donna molto sola ed è troppo legata a lui. Il suo percorso esistenziale nel film è quello di lasciarlo andare e consentirgli di vivere la sua vita. A quel punto lei può permettersi di vivere di nuovo anche la sua. Sì è talmente sacrificata per lui fino a dimenticare se stessa, ora prova di nuovo desideri e comprende che può vivere anche senza di lui, trovare gioia in qualcos’altro e in qualcun altro. Serge è un ragazzo che sta diventando adulto, vive in piccolo appartamento e sente addosso la costante pressione della madre. Si trattiene nel dire ciò che pensa di lei sino all’episodio del regalo di Natale e a quel punto libera i freni inibitori. Capisce che deve allontanarsi da Nicole per diventare adulto e riuscire ad accettare la sua nuova scelta di vita. In lui scattano al contempo maturità e complicità con lei, e alla fine del film la loro relazione risulta più equilibrata.
Quanto possiamo dire che c’è di te in Serge?
Con mia madre vivevo in un appartamento molto simile a quello del film, topo compreso, e quel tipo di regalo me lo fece davvero anche se non per Natale: per me fu molto triste e doloroso. In nessun film, libro o social in Francia si è mai trovata una cosa simile, quindi sentivo di doverne parlare. Sicuramente ci sono delle somiglianze tra me e Félix (per sbaglio ci siamo scambiati i cellulari, tanto simili sono le nostre foto), ma non gli ho mai imposto un cliché che ricordasse me. Volevo che la mia esperienza fosse uno strumento per andare più in profondità.
È un po’ inconsueto vedere Valeria Bruni Tedeschi nel ruolo di una proletaria con gravi difficoltà economiche. Come ha reagito al primo impatto con la sceneggiatura? È stata la tua prima scelta per Nicole, è arrivata dopo una serie di provini oppure tramite una negoziazione con la produzione?
Lavorare con lei per me era un sogno, perché rappresenta il massimo che un’attrice possa fare per calarsi in un personaggio, in Francia come in Italia. Nella stessa scena in un istante lei può passare dal riso al pianto, proprio quello che cercavo, quindi, sì, è stata la prima scelta. Nonostante lei provenga da una famiglia molto ricca, dal primo momento che l’ho incontrata, in lei ho visto il viso di Nicole. Proprio a causa delle sue origini, Valeria aveva qualche dubbio nell’accettare il ruolo, ma io ero molto sicuro di me e questo l’ha convinta. Non so se mi abbia detto cosa dentro di sé pensava di Nicole, ma ha dedicato molto tempo alla preparazione del film e per assecondarmi ha anche incontrato mia madre dove abita adesso, e in due ore l’ha capita e introiettata. Il film vuole essere un quadro di una certa classe sociale e di una relazione familiare, ma è anche un mezzo per rendere mia madre immortale.

Morgan Simon – ph. Mauro Padula
Bruni Tedeschi è anche una regista: c’è stata qualche tensione o incomprensione tra voi?
No, affatto. Valeria non mi ha mai detto: “Io questa scena la girerei così” o dato consigli. È un’ottima regista però è sempre stata rispettosa del mio lavoro, seguendo la mia guida anche su come doveva muoversi in alcune scene.
Venendo all’attualità, abbiamo notato che nel film quando Nicole vede il Presidente Macron parlare in TV assume un atteggiamento tra ironia e delusione. Cosa pensi tu di Macron e della situazione politica della Francia oggi?
Macron sembra non voler dar retta alle reali necessità del popolo francese. Un esempio lo abbiamo avuto con il movimento dei gilet gialli che era molto potente ma che non ha avuto alcun riscontro positivo. Lo scorso anno ci sono state le elezioni e ha vinto la sinistra e il risultato è la coabitazione tra un governo che dovrebbe essere di sinistra e un Presidente di centro-destra. Dall’inizio dell’anno abbiamo avuto tre diversi primi ministri, tutti espressi dal centro-destra. Macron non ascolta e sono certo che anche Sébastien Lecornu fallirà di nuovo nel tentativo di formare un governo e allora cosa succederà?
Pensi che nel caso in cui Marine Le Pen vinca le prossime elezioni presidenziali peggiorerà la condizione per la comunità LGBT in Francia?
L’unica cosa di cui sono certo è che non sarebbe una bella notizia per la nostra comunità, per gli artisti e per i giornalisti. Per questa ragione dobbiamo restare uniti e non far conto solo sul governo, agendo in sede locale, creando eventi, festival, momenti di aggregazione che nascano dal cuore delle persone.
Accade in anche in Francia come in Italia che molti gay e lesbiche votino per la destra?
Storicamente la comunità LGBT è per la maggior parte schierata a sinistra, poi ovviamente ognuno ha libertà di scelta. Di certo non è quella giusta. In Francia si dice “spararsi sui piedi” e sono certo che c’è qualcosa di simile anche in italiano. Si può comprendere il dissenso nei confronti di Macron, ma l’importante è agire razionalmente e non emotivamente.
Hai inserito nel film una celebre canzone di Dalida, Parole, parole, parole da noi interpretata da Mina. Due icone gay, come mai questa scelta?
È stato istintivo. Con Dalida c’è Alain Delon, altra figura iconica e simbolo della mascolinità, qualsiasi cosa voglia dire questa parola. È chiaro che lui sta dicendole molte bugie, ma noi siamo in una scena con la protagonista e Norah e capiamo che per Nicole, invece, non ci sono bugie, perché una donna è per lei la scelta giusta.
