Arriva anche nelle sale italiane, con un assurdo divieto di visione a chi ha meno di 14 anni, un film lesbico autentico e contemporaneo come non si vedeva da molto tempo. In gara al 78° Festival di Cannes e vincitore della Queer Palm, il film La più piccola è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo autobiografico di Fatima Daas.
Si chiama Fatima e porta il nome dell’ultima figlia di Maometto, la prediletta. Quasi 1430 anni dopo, la più piccola delle tre figlie della famiglia Daas, invece, è lesbica, francese di origine algerine, asmatica, disadattata. Fatima Daas pubblica nel 2020 il suo primo libro, autobiografico, dal titolo originale La petite dernière, che sarebbe da tradurre con un vezzeggiativo in “la piccolina della famiglia”.
Il romanzo racconta la vita di una giovane donna musulmana che vive a Clichy-sous-Bois, un piccolo comune a est di Parigi, mentre esplora la sua sessualità, le relazioni e la sua religione. L’opera è un successo, riceve diversi premi e viene tradotto in 10 lingue, fino a ispirare la regista Hafsia Herzi a trarne una sceneggiatura e a dirigerlo. Il film è molto fedele alla trama e scorre con un ritmo adatto a seguire le vicende di una giovane lesbica dall’ultimo anno del liceo al primo anno dell’università alla facoltà di Filosofia. È diviso in cinque parti come la pellicola del coreano Kim Ki-Duk Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera e chissà se è un omaggio voluto o casuale, ma niente spoiler.
Quante sono le identità incoerenti che una sola persona può incarnare? Fatima ne esprime un numero un po’ sopra la media e si rende un personaggio memorabile: musulmana devota e lesbica praticante, intellettuale letterata e bulla di periferia, calciatrice solitaria e asmatica partecipante a gruppi di auto-aiuto, bellezza introversa e spregiudicata tentatrice di triangoli amorosi.
Islam e banlieue esclusi, per una generica lesbica italiana immedesimarsi in Fatima (o in una di lei spasimante), non è difficile. C’è il terrore di essere scoperta a scuola (anche se lei picchia in malo modo un compagno di classe gay che le fa outing); il contatto con donne più mature che dischiudono ai segreti e piaceri del sesso lesbico; l’accesso alla comunità lesbica grazie all’università; la lontananza/vicinanza con la famiglia di origine; il fidanzato di “prova”; la app in incontri in cui entri quasi per scherzo; la comunanza sui banchi di scuola più con i maschi che con le femmine.

Fatima racconta questo percorso dalla maturità scolastica alla “maturità lesbica” in modo intimo, riservato, controllato. Il suo modo di dosare le parole e di stare in silenzio trascina dolcemente la spettatrice in un’altalena di minimi momenti di libertà totale e moltissimi momenti di tristezza controllata. La Fatima costruita in felice sodalizio dalla regista e dall’attrice, è un personaggio allo stesso tempo difficile e intensamente comunicativo. I primi piani del profilo, degli occhi, del corpo delle varie attrici rivelano una sorta di abbraccio della telecamera verso le sorti di Fatima e di tutte le Fatima, di tutti i quartieri periferici e di tutte le Algerie del mondo.
E Fatima emana sempre amore e lo fa verso Allah, verso la famiglia, verso i suoi amici, verso la sua innamorata. Viene riamata, dalle donne che incrocia ma anche dalle donne della sua famiglia. Fatica ad amare se stessa, vivendo con la colpa della religione tradita e delle aspettative mancate rispetto ai genitori e alle pressioni socio-culturali. Tra le righe, infatti, ci sono presenti molteplici rapporti di forza (tra uomini e donne; tra culture che hanno dominato e culture che ne sono state dominate; tra libero arbitrio e precetti religiosi).

Le scene di sesso? Ci sono, ci sono, e si riconosce la stessa delicatezza e raffinatezza che la regista imprime all’intera pellicola. Niente a che vedere con La Vita di Adele diretto da Abdellatif Kechiche, tratto dal fumetto Il blu è un colore caldo di Jul’ Maroh, per fare un paragone con altre avventure lesbiche passate da Cannes e premiate però girate con tutt’altri sguardi. Anche le movenze e le espressioni dell’apparentemente imperturbabile e involontariamente seducente Nadia Melitti (Fatima) si distanziano anni luce dalla “patatalessaggine” di Adèle Exarchopoulos (Adele).
Inutile negare che una delle chiavi del film è anche la sua incredibile interpretazione. La protagonista era alla sua prima prova come attrice, una prova abbondantemente superata che le ha permesso di vincere il premio a Cannes 2025 come migliore attrice, il premio César (l’equivalente francese dei nostrani David di Donatello) e il premio Lumière come Migliore promessa femminile.
In Francia, la comunità lesbica “glamour” ha riconosciuto un’ottima accoglienza sia al libro sia al film, al punto che la rivista Têtu ha nominato Alliée de l’année 2025 la regista Hafsia Herzi e Personnalité de l’année Fatima Daas. Il contesto risulta molto autentico anche grazie ai confronti intrattenuti sia con l’autrice del libro sia con la comunità LGBT parigina.

La pellicola è distribuita in Italia da Fandango che cinque anni fa aveva anche pubblicato il libro nell’ottima traduzione italiana di Giorgia Tolfo, e adesso lo ha ripubblicato con in copertina la locandina del film. La sua uscita non aveva fatto molto rumore e da qualcuna non era stato nemmeno compreso (vedi l’onesta recensione di Lesbook.it), ma questa è un’ottima occasione per scoprirlo.
Rispetto al volume, un monologo interiore, è naturale che la trasposizione cinematografica regali un risultato più vivace e banalmente più lineare, più diretto e in qualche modo liberatorio. Se nelle interviste sia la regista sia l’attrice ripetono che è stato difficile, una volta terminate le riprese, lasciare andare Fatima, anche per la spettatrice lesbica è naturale uscire dalla sala senza la malinconia delle luci accese e del film finito.
