Reduce dal successo della sua performance Fuck Me Blind al Festival Fog di Milano (una ricerca fisica e sensoriale sul corpo, costantemente in rotazione, proiettato verso l’infinito) il coreografo e danzatore Matteo Sedda ci parla del film Blue di Derek Jarman a cui si è ispirato, del suo coming out come persona che vive con l’HIV e dell’impegno nella lotta contro l’AIDS.
Si è appena concluso alla Triennale di Milano e in altri spazi della città il Fog Performing Art Festival, diretto da Umberto Angelini, rassegna che in due mesi ha ospitato le novità più interessanti a livello europeo e mondiale nel campo del teatro, danza, musica e performance con la presenza di 37 artisti e compagnie provenienti da 23 Paesi. Tra loro nomi celebrati come quello del regista Romeo Castellucci (in questi giorni alla Scala dove ha curato la messa in scena dell’opera di Claude Debussy Pélleas et Mélisande), il coreografo spagnolo Marcos Morau, gli italiani Motus e il regista messicano Anacarsis Ramos.
Oltre ai loro lavori, una proposta che ha calamitato la nostra attenzione e ci ha emozionati è stata Fuck Me Blind, performance ideata dal coreografo e danzatore Matteo Sedda, anche interprete con Marco Labellarte. Sedda si è ispirato a Blue, l’ultimo e autobiografico film di Derek Jarman, girato quando il regista, scrittore e pittore era già affetto dalla cecità, uscito nel 1993 un anno prima della sua scomparsa a causa dell’AIDS.

Matteo Sedda – ph. Marcel Lennartz
Sedda (con la collaborazione di Gio Megrelishivili e Margherita Scalise alla drammaturgia e alle luci) ci immerge in un’esperienza quasi ipnotica in cui i due ballerini condividono un unico punto di gravità, continuando a roteare su se stessi e intorno al partner. Nel gioco di avvicinamento, seduzione, erotismo e separazione tra i due individui, viene spontaneo il riferimento alla danza dei Dervisci rotanti. Il risultato, per il talento dei danzatori, l’originalità della coreografia e il supporto importante della musica, è quello di un totale coinvolgimento del pubblico che alla fine li applaude e acclama con tifo da stadio.
Nato a Cagliari, dopo gli studi a Milano Matteo si è trasferito in Belgio, dove ha avuto l’opportunità di collaborare con il celebre coreografo e regista Jan Fabre, esperienza che ha segnato una svolta nella sua formazione tanto da fargli decidere di stabilirsi a Bruxelles. Qui ha potuto sviluppare il suo percorso come danzatore e coreografo, entrando in contatto con artisti di diversa nazionalità e sensibilità. Queste stimolanti collaborazioni hanno contribuito a guidarlo verso il percorso che segue oggi e a costruire un linguaggio coreografico in continua crescita e trasformazione. Per conoscerlo meglio, approfondire questo suo lavoro e sapere del suo meritorio attivismo nella lotta contro l’AIDS, gli abbiamo rivolto alcune domande dopo la sua performance.

Matteo Sedda e Marco Labellarte – ph. Vibe Stalpaert
Quali sono stati i temi su cui ti sei focalizzato nelle tue prime creazioni, e in seguito sono rimasti gli stessi oppure sono cambiati?
Nel 2018 ho creato il mio primo lavoro, POZ!, un one man show in cui il mio coming out come persona che vive con HIV diventava gesto artistico. Lo spettacolo era pensato per i miei amici e la mia famiglia, un modo per aprirmi completamente a loro. A quell’epoca, essendo più giovane, ero molto concentrato sulla mia esperienza personale e su ciò che il virus significava per me. Oggi sento una maturità diversa e il mio percorso mi porta a guardare oltre e a cercare di rendere la mia vicenda più universale: pur partendo ancora dall’esperienza con il virus, il mio lavoro si è evoluto, integrando anche la memoria storica, culturale e artistica dell’HIV. Sono infatti sempre stato colpito dalla forza creativa degli artisti degli anni ’80 e ’90: durante l’epidemia non smettevano di creare, anzi la loro energia artistica s’intensificava. In questo contesto Eros e Thanatos convivono nel corpo e diventano il punto di partenza per il mio lavoro coreografico. I miei spettacoli vogliono essere un omaggio e un ringraziamento a tutti quegli artisti che hanno avuto il coraggio di portare avanti non solo le loro istanze ma anche la loro identità contagiata: è anche grazie a loro che oggi posso vivere e creare facendomi testimone di un percorso evolutivo.
Sei legato a una compagnia oppure operi da solo in Italia e all’estero?
La mia sede è a Bruxelles, nella parte francofona del Paese. Sono indipendente ma vengo accompagnato dal Gran Studio di Bruxelles che mi aiuta a crescere e a muovermi nel settore: in questo modo posso contare su importanti collaborazioni con teatri e spazi in Belgio, Francia e Italia. Con la Sardegna, a cui rimango legato avendo care le mie radici, cerco di mantenere i contatti collaborando con realtà artistiche locali, come ad esempio la compagnia sassarese S’ALA di Igor e Moreno con i quali ho lavorato come danzatore.

ph. Vibe Stalpaert
Parliamo ora di Fuck Me Blind: com’è nata l’idea di ispirarti al film di Jarman e che rapporto hai instaurato con il suo cinema e i suoi scritti?
Quando ho scoperto la mia sieropositività ho attraversato due anni molto bui, segnati dallo stigma e dal senso d’isolamento. Blue è stato uno di quei lavori che mi hanno folgorato dall’interno e ha riacceso un motore creativo, permettendomi di lasciare alle spalle quella parte oscura e trasformare la mia esperienza in una ricerca coreografica urgente e necessaria. Partendo da quel film, il testamento artistico di Jarman, è stato naturale esplorare in seguito l’intera sua opera e la sua vita. Ho riconosciuto molti elementi vicini al mio universo come il forte potere omoerotico e l’uso dei codici del passato per parlare del contemporaneo, come nei suoi altri film Caravaggio e Edoardo II. Anche la mia ricerca coreografica lavora con il passato, riprendendo danze storiche per creare nuove scritture adatte ai corpi di oggi. In Fuck Me Blind mi sono ispirato alle danze folcloristiche, mentre per il prossimo lavoro mi avvicinerò a quelle rinascimentali e per il successivo entrerò in quelle macabre. Queste danze vengono trattate come strumenti per creare qualcosa di nuovo e contemporaneo che passa attraverso il mio corpo infetto e il mio sguardo attuale.
Assistendo alla tua performance, ho pensato all’incontro tra due sconosciuti che s’incontrano, provano attrazione, si studiano da una certa distanza, poi s’avvicinano, cominciano a sfiorarsi nelle zone erogene, divampano fuoco e passione, ma poi si separano. Una metafora per dire che non sempre il sesso è il veicolo ideale per gettare le basi di una relazione?
Quello che hai inteso tocca alcuni dei nodi centrali del mio lavoro. In questo caso parto dalla relazione tra due persone e da tutto ciò che questo comporta, esplorando come l’amore e il desiderio possano essere intensi, consumatori e al tempo stesso segnati dalla presenza della morte. Sono rimasto affascinato dal fatto che Blue fosse dedicato al suo ultimo partner e che lui stesso l’abbia definito il film perfetto per gli innamorati. Mi è sembrato pertanto naturale costruire un duo che esplorasse l’erotismo come appropriazione della vita fino alla morte: questa visione mi ha guidato nella creazione dello spettacolo insieme al mio migliore amico e coreografo Marco Labellarte.

Qual è il significato del continuo roteare su se stessi che fa pensare alla danza dei Dervisci?
Il blu scelto da Jarman è l’International Klein Blue (colore simbolo per Jarman e unica immagine del film, N.d.A.), quel monocromo perfetto di Yves Klein dove perdersi, il blu sospeso tra cielo e mare, quello che rende tangibile l’infinito. È proprio da questa idea d’infinito che nasce la mia ossessione per la rotazione, un’azione fisica e tangibile che si avvicina all’idea dell’infinito e a qualcosa di superiore. Penso appunto ai Dervisci e alla loro danza circolare, alla loro connessione spirituale che si crea girando, oppure ai pianeti che ruotano in eterno nell’universo: una circolarità che attraversa la Storia, la cultura e il corpo umano. In Sardegna esiste il ballo tondo, una danza circolare che unisce le persone e racconta comunità, festa e vita. Anche nel lavoro di Klein troviamo questo richiamo: uno dei suoi primi quadri del Blue aveva una tela a forma di cerchio, suggerendo ancora l’idea d’infinito e moto perpetuo. In Fuck Me Blind questa rotazione viene condivisa con Marco: ruotiamo insieme, ci incontriamo sullo stesso asse e danziamo uno accanto all’altro.
Scrivi nel programma di sala che il tuo partner Marco Labellarte è un amico: è forse anche il tuo compagno?
Con Marco ci conosciamo da dieci anni: siamo stai amanti, ci siamo allontanati e ci siamo riavvicinati come fratelli. È la prima volta che collaboriamo insieme e attraverso questo lavoro, in questa spirale di condivisione ed energia, ci stiamo accorgendo che sta nascendo qualcosa di più profondo: nel cuore dello spettacolo ci sveliamo, mostrandoci agli altri. Quello che vedete sul palco non è solo un gesto coreografico, noi l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle e lo giochiamo con piacere, consapevoli di ogni emozione e tensione. I nostri corpi con la loro storia s’incontrano con la memoria di Jarman, senza nostalgia ma con la forza sessuale dirompente e fragile che li caratterizza. La nostra performance esprime il desiderio di un futuro possibile: quello che in scena rappresentiamo in un certo senso è anche il futuro che molte persone scomparse durante l’epidemia di AIDS avrebbero forse voluto vivere. La relazione tra me e Marco è sierodiscordante: io vivo con l’HIV, lui no, eppure insieme costruiamo un’esperienza condivisa, intensa e viva che attraversa il passato e il presente e guarda verso ciò che può ancora accadere.

Matteo Sedda e Marco Labellarte – ph. Bruno Simão
Nella performance non ho percepito un riferimento diretto all’HIV.
Infatti non c’è e non voglio che ci sia: è una scelta artistica. Parlare del virus in modo esplicito all’interno dello spettacolo potrebbe implicare il rischio di escludere alcune persone, mentre il mio obiettivo è quello di rendere tutti in qualche modo partecipi. Se chi guarda è davvero interessato può informarsi sul progetto, scoprirne l’origine e la sua connessione con il virus. Soprattutto nella danza che non usa parola, credo che l’artista non debba spiegare il proprio lavoro affinché possa esser compreso. Il lavoro deve avere un potere comunicativo in modo da raggiungere chi osserva, creando una connessione viva ed immediata.
Passiamo al tuo impegno in qualità di attivista all’interno della comunità LGBT: come viene espletato?
Quello che faccio è raccontare il mio vissuto personale, sempre da un punto di vista individuale. In Belgio ho collaborato con diverse realtà con l’obiettivo di mostrare come la storia personale possa diventare uno strumento per informare, creare consapevolezza o rendere uno spazio più sicuro e inclusivo. Il mio approccio non è quello di dare risposte ma di porre domande e invitare a guardare le cose da una prospettiva diversa.
Perché hai avvertito la necessità di fare coming out pubblicamente rispetto alla tua sieropositività?
È stato un modo per liberarmi da quel peso che mi stava consumando dall’interno. So di essere un privilegiato: ho una rete di amici e una famiglia che mi sostengono incondizionatamente, vivo in Europa e ho accesso alle cure. È proprio questo senso di privilegio che mi spinge a trasformare la mia esperienza in uno strumento per offrire sostegno a chi non ha le stesse possibilità, usando la mia storia in maniera utile e responsabile.

Marco Labellarte e Matteo Sedda – ph. Bruno Simão
Come vedi oggi la percezione/reazione/risposta della comunità LGBT nei confronti della malattia? È in atto una rimozione favorita anche dai media che sembrano averla dimenticata?
Oggi ho l’impressione che la percezione dell’HIV sia cambiata: da una parte c’è meno paura rispetto al passato grazie ai grandissimi progressi medici, dall’altra noto una forma di rimozione, come se il virus fosse diventato invisibile, sia nei media ma anche in generale tra la gente. Se ne parla meno e questo porta anche a una minore consapevolezza. Questa rimozione non è casuale ma ha radici politiche. In molti contesti, Italia in particolare, manca un investimento reale sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole: in alcune regioni è quasi inesistente e questo non è una dimenticanza ma una scelta. Significa non voler affrontare apertamente la sessualità, il corpo, il desiderio e quindi anche l’HIV. La questione del virus non può venire separata da problemi più ampi come omofobia, transfobia, misoginia e razzismo. Il virus non riguarda solo la salute ma anche la cultura e quindi se non si agisce su di essa il cambiamento che auspichiamo non può avvenire. Oggi l’HIV non è più raccontato come emergenza e quindi scompare dal discorso pubblico anche se continua a esistere e a produrre stigma. Questo è dovuto anche a una classe politica che non investe abbastanza sui giovani e su questi temi, rimanendo ancorata a modelli vecchi in cui la sessualità è qualcosa da controllare più che da comprendere. Fortunatamente però esistono da noi associazioni e comunità che fanno un lavoro fondamentale con pochissimi mezzi: è così che si costruisce una resistenza sociale.
Al momento su cosa stai lavorando?
Sono focalizzato su un nuovo progetto che occuperà gran parte di quest’anno e del prossimo: s’intitola The Perfect Moment e sarà un omaggio a Robert Mapplethorpe. Continuerò a esplorare la mia ossessione per Eros e Thanatos come elementi dello stesso universo del desiderio, concentrandomi sul rapporto con i codici del classicismo, partendo dalle danze rinascimentali delle corti italo-francesi e indagando il potere erotico che questi codici racchiudono.
