Il denso programma della XXIV edizione di Kilowatt Festival a Sansepolcro, di cui presentiamo alcune accattivanti proposte, si è aperto con uno spettacolo queer, dove l’autore e interprete esplora il tema della sua fluidità di genere. In un monologo/dialogo con una zia insieme reale e simbolica, crea uno spazio sia visionario sia politico, dove l’autopresa di parola trans cerca di trasformare i ricordi e la sofferenza patita e interiorizzata in riconoscimento e riscatto. Lo abbiamo intervistato.
È Nuovo Respiro del Mondo il claim scelto dai direttori artistici Lucia Franchi e Luca Ricci per la XXIV edizione di Kilowatt Festival, organizzato e promosso dall’Associazione Culturale Capotrave/Kilowatt, in programma dal 17 al 25 luglio nella splendida cittadina di Sansepolcro, in provincia di Arezzo, luogo natale di Piero della Francesca del quale nel Museo Civico sono conservati alcuni capolavori. Come da consuetudine, per la manifestazione è stato scelto un padrino o una madrina e quest’anno sono stati il drammaturgo e regista Eugenio Barba e l’attrice Julia Varley.

I nomi di Barba e Varley sono indissolubilmente legati a quello dell’Odin Teatret, collettivo teatrale fondato nel 1964 a Oslo in Norvegia e tra i più rappresentativi del secondo Novecento. Indubbio punto di riferimento per molte generazioni, si è in seguito stabilito nella città di Holstebro in Danimarca. Votato alla ricerca e alla sperimentazione e teso al confronto tra diverse culture attraverso il teatro, caratteristiche imprescindibili dell’ensemble sono la pratica del training e la ricerca pedagogica, riassunta nel motto “imparare ad imparare”. Quest’ultima si è avvalsa, attraverso workshop e seminari, della collaborazione di artisti internazionali, primo tra tutti Jerzy Grotowski (maestro e formatore di Barba durante il suo soggiorno in Polonia), poi il Living Theatre, Dario Fo, Luca Ronconi e il mimo e pedagogo francese Jacques Lecoq. Tutti i lavori dell’Odin nascono da un processo collettivo di creazione che trova poi una sintesi nella drammaturgia.
Costretto nel 2022 a lasciare la sede storica, da allora l’Odin si sposta in diversi Paesi nei quali opera con spettacoli, masterclass, “baratti” culturali, appoggiandosi a teatri partner e centri d’accoglienza. Molti e diversificati sono stati gli eventi che Kilowatt gli ha dedicato, a partire dall’originale incontro dal titolo Teatro. Solitudine-Mestiere-Rivolta in cui Barba e Varley sono stati impegnati in un confronto sul significato che danno a questi tre termini con altrettanti artisti (Licia Lanera per la solitudine, Liv Ferracchiati per il mestiere e Nicola Borghesi per la rivolta), ognuno dei quali li ha introdotti con una riflessione in forma di monologo, per poi porre domande agli interlocutori. Sono poi seguiti due incontri pubblici dedicati all’influenza del lavoro dell’Odin sul teatro italiano, nel primo rappresentato da Armando Punzo della Compagnia della Fortezza, nel secondo da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari del Teatro delle Albe e da Davide Iodice della Scuola Elementare del Teatro.

Nello spazio di palazzo Alberti è stata allestita anche una mostra dei manifesti dei loro spettacoli dal 1964 a oggi, e infine Julia Varley ha proposto Compassione, monologo scritto a quattro mani con Eugenio Barba che ne firma anche la regia, dedicato a donne della resistenza palestinese come l’attivista Khalida Jarrar. È un trittico sul concetto dell’Eros, inteso non come passione amorosa bensì come solidarietà, affetto e vicinanza emotiva. Tre storie dolenti che vedono protagonisti un monaco yazida che per far tornare gli uccelli pianta un albero nel deserto; una rifugiata cecena che ricorda l’amore per il marito scomparso in guerra; la terza è dedicata a Tiresia, l’indovino che predice il destino di Edipo e quello della figlia Antigone.
Ci ha fatto davvero piacere però che Kilowatt abbia aperto la programmazione con Mia zia Daniela detta Dada per andare a ballare la notte indossava zeppe tacco 25 – monologo autofinzionale per persona AMAB (assigned male at birth, genere maschile assegnato alla nascita, N.d.A.), scritto, diretto e interpretato da Riccardo Iellen, di cui riportiamo l’intervista alla fine. Lo spettacolo è una parabola di crescita trans sotto forma di monologo ed è stato selezionato dai Visionari, compagine locale di appassionati di teatro che da 20 anni affiancano la direzione artistica nella scelta di alcuni lavori da inserire nel cartellone.
Ricordiamo ora in breve alcuni altri spettacoli visti nel nostro lungo weekend a Sansepolcro, disseminati nei diversi spazi del borgo, al chiuso e all’aperto, che hanno fatto sempre registrare il sold out da parte di un pubblico locale attento e partecipativo. Ci siamo immersi in una sorta di seduta spiritica assistendo a una replica per soli dodici spettatori di La casa misteriosa lassù nella nebbia della compagnia Cuocolo/Bosetti, interpretata da Roberta Bosetti e diretta da Renato Cuocolo, anche autori del testo. Seduti attorno a un tavolo, ascoltiamo una donna che racconta del legame con la sorella e con la dimora della famiglia. Sono frammenti di un passato comune, ora che il presente la vede sola, quasi sperduta in quei locali che incutono timore. Alla buona riuscita del monologo contribuisce, oltre alla prestazione vocale dell’attrice, anche la suggestione dell’ambientazione nella totale oscurità, rotta a tratti dal bagliore dei fiammiferi subito smorzati.

Tommaso Biancon- ph. Luca Del Pia
A un cruento fatto di cronaca accaduto negli Stati Uniti si rifà Lisa – Rapsodia di una mente spezzata, pregnante testo di Fabio Pisano con Mariangela Granelli che insieme all’autore cura anche la regia. Si racconta il calvario di una bambina abusata dal nuovo compagno della madre e poi da entrambi fatta prostituire per mesi, prima che venga tolta da quel contesto aberrante e affidata ai servizi sociali. Il trauma però ha lasciato segni indelebili nella sua psiche: diventata adulta, il suo desiderio di maternità sfocia nella schizofrenia, tanto da decidere di aprire il ventre di una sua vicina incinta per accudire il feto. Anziché affidarla alle cure degli specialisti, nel 2021 è stata condannata a morte da un tribunale dell’Indiana tramite iniezione letale. Mariangela Granelli, sola in scena, trasforma la narrazione in una preziosa partitura vocale, sincopata, con pause e accelerazioni che nello spettatore, diviso tra sgomento e pietà, accentuano il turbamento.
Per la compagnia Kronoteatro, Francesca Sarteanesi firma la regia di Un po’ meno fantasma, autore Tommaso Cheli, protagonista Tommaso Bianco. Marcello è una persona fragile e sensibile. Mentre tutti urlano, lui parla sottovoce, spesso incompreso e vilipeso in un mondo dove prevaricare è la regola. Ci fa partecipi della sua quotidianità, delle relazioni sociali e della difficoltà a omologarsi. Bianco supplisce a qualche carenza drammaturgica con un’ottima performance dagli inaspettati guizzi comici, calandosi anche in una galleria di personaggi caratterizzati dai propri accenti dialettali.
Decisamente ricca e ben rappresentata è anche la danza. Della coreografa e danzatrice francese Rebecca Journo abbiamo vistoPortrait, dove lei e altre tre ballerine animano una raffinata serie di ritratti in movimento, giocando sul contrasto tra bianco e nero e su mimica facciale non priva di umorismo. Momentum #2 è il titolo della creazione della CocoonDance Company, collettivo tedesco-svizzero diretto dalla coreografa americana Rafaele Giovanola. Quattro performer condividono lo spazio di un quadrato nero che invadono con prorompente fisicità sulle note di una trascinate musica techno. Il talentuoso Simon Le Borgne, entrato a far parte del Tanztheater Wuppertal, la compagnia dell’indimenticabile Pina Bausch, ora diretta da Boris Charmatz, firma la coreografia di Ad libitum in cui danza insieme a Ulysse Zangs, anche valente polistrumentista e autore delle musiche. Tra i due danzatori francesi c’è grande sintonia artistica, siglata da un affettuoso abbraccio al momento dei ripetuti applausi.

Riccardo Iellen
Tornando a Mia zia Daniela detta Dada per andare a ballare la notte indossava zeppe tacco 25, la struttura della pièce o meglio della performance si presenta su un doppio binario. C’è un drammaturgo in erba intento a scrivere un proprio testo inedito che sottopone al pubblico sotto forma di lettura scenica/sessione di correzione di bozze. La protagonista si chiama Carolyn, ma la trama s’inceppa e va continuamente modificata. Allora l’autore s’interrompe per parlarci di sé, di quando da ragazzino temeva che i compagni di scuola nello spogliatoio scoprissero da un suo sguardo che aveva pulsioni gay, oppure di quando da adolescente si faceva sorprendere da un padre castrante e machista con indumenti e calzature femminili chiuse in una borsa, pronto a cambiarsi all’uscita da casa. Ma perché pensa anche a sua zia?…
In attesa di rivederlo presto in scena, abbiamo incontrato Riccardo a Sansepolcro per conoscerlo e approfondire questo suo lavoro.
Cominciamo con qualche cenno sulla tua biografia.
Ho 24 anni e sono nato a Udine. Sin da piccolo mi sono avvicinato al teatro e per un anno ho fatto l’attore presso l’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe nella mia città e per un altro presso quella Veneta di Venezia. A seguire mi sono iscritto al corso triennale di regia alla scuola Paolo Grassi di Milano, dove in quel periodo ho partecipato a uno workshop di Liv Ferracchiati sull’autofiction. È lì che è nata la prima versione del testo, ancora molto breve ma già con il nocciolo della questione: parlare d’identità tramite il riscriversi, cancellare e riscrivere non solo come pratica di composizione artistica ma anche di composizione dell’identità di se stessi. Ci sono state diverse riscritture fino alla partecipazione al Premio Annoni per la drammaturgia LGBTQA+ dove ha vinto il premio Next Generation. Ho poi deciso che, prendendo a profitto l’autofiction, la persona più adatta a produrlo e metterlo in scena ero proprio io.
Come hai legato i due piani, quello della scrittura e quello dell’autofiction?
Il testo che non riesce a ingranare diventa specchio e metafora di un’identità costruita da altri che non funziona e quindi va ricostruita: bisogna essere capaci di tirar fuori qualcosa di nuovo. Al drammaturgo scappano aneddoti sul proprio passato che se all’inizio sono staccati tra loro, poi piano piano trovano corrispondenze non più casuali, vedi al figura del vecchio/vecchia che diventa Tiresia.
Quindi la vecchiaia non presenta più differenze di genere?
È il modo che ho trovato più comprensibile anche per chi non ha accesso alle alte sfere della teoria queer per parlare di fluidità di genere: un’immagine quindi riconoscibile anche nel proprio vissuto, non capendo se si tratta di un uomo o di una donna. Da qui il passo alla mitologia con Tiresia, il vecchio che non vede ma sa, che attraversa i generi perché è benedetto o maledetto dagli dei. Non la vecchiaia come decadimento ma come uscita dai canoni sociali. I bambini e gli anziani sono quelli messi ai lati del percorso di vita ma anche ai lati della società. Sei un uomo o una donna quando hai 30/40/50/60 anni, poi non risulti più utile. In questo gioco di specchi io e Carolyn siamo la stessa cosa, al pari di mia zia e di Tiresia.
Approfondiamo il personaggio di Carolyn.
È la protagonista del testo che il drammaturgo cerca di scrivere ma non funziona perché c’è una visione patriarcale in cui lui raffigura una donna che per il suo genere deve subire una violenza sempre più splatter, diventando un doppio dell’autore che si autolesiona nel togliere da sé parti del femminile. Se io non posso accettare il femminile che c’è in me, allora il femminile di cui scrivo sarà sempre violentato. Questo personaggio inizia a funzionare quando non è più un maschio alfa a scrivere per lei, bensì è lei a scrivere per se stessa. In parallelo il drammaturgo/a nel percorso di accettazione trova in sé qualcosa di nuovo e diverso. Emblematico è il finale dove, tra il fumo, si vede un essere dalla lunga chioma che balla calzando zeppe proibitive e non si capisce più se è uomo o donna, andando oltre il binarismo da cui siamo condizionati.
E quello della zia Dada.
Ci sono riferimenti biografici mescolati a quelli finzionali. La zia esiste ed è la voce che arriva nel finale. Ho sempre trovato in lei una figura anticonformista anni ’70, esempio di un modello di femminilità ben lontano da quello tradizionale, cioè di chi fa della propria vita quello che vuole. Ho lavorato sull’immagine di lei in minigonna, estremizzandola in un immaginario queer, vedi le zeppe più da drag queen che da ragazza che va a ballare con i tacchi. Queste zeppe diventano il simbolo della riappropriazione di un proprio “costume”. Quello che indosso non è solo estetica ma è senso profondo della mia identità che voglio comunicare al mondo.
Che tipo di riflessione vorresti stimolare nel pubblico che assiste allo spettacolo?
Un invito ad andare oltre le categorie e le definizioni imposte dal sistema e a cercare di puntare all’essenza. A un giovane in crisi identitaria o sessuale direi di non preoccuparsi: siamo tanti, ci siamo sempre stati e c’è luce in fondo al tunnel.
