Le nostre identità biologiche, etniche, sociali, culturali, religiose, erotico-affettive eccetera influenzano particolari sovrapposizioni di discriminazioni e di disuguaglianze, per cui le diverse forme di oppressione si sommano e si rafforzano l’una con l’altra. Due episodi contro le persone LGBT di religione ebraica avvenuti ai cortei del pride di Roma e Napoli a giugno hanno messo in discussione il concetto di unità e di inclusione nella nostra comunità. Si sta creando una palla di neve che rotolando diventerà una valanga che ci spazzerà via?
Foto di Levi Meir Clancy per Unsplash
L’acronimo LGBT sta diventando sempre più esteso e meno facile da interpretare sia all’interno sia soprattutto all’esterno della comunità. Un tempo era inconcepibile che i nostri orientamenti sessuali e identità (espressioni, affermazioni) di genere si sarebbero ampliati. Difatti però dal termine ombrello gay che racchiudeva chiunque, si è passati a GLBT, LGBT, LGBT+, LGBTQ, LGBTQIA, LGBTQIA+, LGBTQIA2S+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgenderismo, queer o questioning, persone intersessuali, persone asessuali o alleate, two spirits (vale per persone native americane) e il segno + che include “il resto”. Capita però di trovare anche la P per pansessuali o poliamorosi e la K per kinky (pratiche erotiche considerate non convenzionali come il BDSM per esempio).
È diventato tutto talmente complicato, e si sta scegliendo che adesso siamo (saremmo) tutti e tutte persone “Queer”, senza capire le conseguenze politiche e culturali che quest’adozione nella nostra lingua quotidiana comporta? Il problema non è solo che queer è un aggettivo o un sostantivo o a volte persino un verbo inglese, ma che è una parola polisemantica ovvero che adatta il significato al contesto in cui è usata. Se usata come termine ombrello che racchiuderebbe ogni nostra sfumatura identitaria, in realtà cancella con un colpo di spugna ogni soggettività arcobaleno, riducendoci a una massa indistinguibile per chi “queer” non è: le persone eterosessuali allineate al proprio genere biologico di nascita, che volenti o nolenti sono la maggioranza.

È sul riconoscimento di nostre specificità che abbiamo ottenuto dei diritti civili in Italia: dalla legge 164 del 1982 che disciplina il diritto alla rettificazione di attribuzione di sesso anagrafico per le persone transessuali, alle Unioni civili per coppie dello stesso sesso nel 2016. Tornare a definirsi pubblicamente omosessuali, lesbiche, persone trans ora come ora è paradossalmente più politico e rivoluzionario che dirsi genericamente queer. Un accomunamento poco comprensibile di prima acchito che, invece, è un autentico regalo ai nostri nemici. Nemici che stanno continuando ad affilare unghie non smaltate e coltelli contro di noi. Per chi si fosse perso le parole del generale Vannacci intervistato dalla giornalista Lilli Gruber, qui trova un promemoria.
Quindi siamo ancora una popolazione di persone LGBT unite nelle lotte per l’ottenimento dei propri specifici diritti civili non ancora ottenuti (per esempio vedi la condizione dei figli e delle figlie di coppie omogenitoriali nelle Famiglie Arcobaleno, o l’estensione della legge Mancino ai reati di omobitransfobia), che si rispettano nelle loro differenze e specificità, o ci stiamo frammentando e di conseguenza indebolendo pericolosamente? Il processo di disgregazione è già iniziato con la creazione di una rete internazionale di alleanza solo LGB che è arrivata anche in Italia. A mio personale avviso troppa inclusione (nell’acronimo) porta alla (sua) implosione.
Passando ai fatti di cronaca, quest’anno il comitato Roma Pride ha deciso di escludere la presenza di un carro in parata a Keshet Italia, l’unica associazione LGBT ebraica italiana. Qui i motivi addotti, riconducibili all’attuale prolungato conflitto in Medio Oriente, una guerra intrapresa dallo Stato d’Israele dapprima contro l’organizzazione terroristica Hamas nella Striscia di Gaza per liberare le persone rapite durante l’attacco del 7 ottobre 2023 e, successivamente, contro Hezbollah nel sud del Libano e contro il regime iraniano. Al centro della discordia posizioni contrapposte sul concetto di “genocidio” che è/sarebbe in corso a Gaza. Inserisco il virgolettato e il doppio modo verbale intenzionalmente, perché abbiamo già pubblicato un intervento su questo argomento.
Il sabato successivo al Napoli Pride, invece, durante la fase finale della manifestazione sono accaduti momenti di forte tensione e contestazioni: un gruppo di partecipanti ebrei ha denunciato di essere stato escluso dall’area del palco a causa della kippah, il copricapo circolare usato dagli ebrei maschi religiosi nei momenti di preghiera o di studio come segno di rispetto verso Dio ma anche come segno identitario. Cos’è successo lo si può vedere in un filmato del settimanale l’Espresso su Facebook, e lo si può leggere in un articolo del sito pagine ebraiche – IL PORTALE DELL’EBRAISMO ITALIANO.


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Nel documento politico 2026 di Milano Pride presente sul sito (testo differente rispetto al post sul profilo Instagram) all’Articolo 1 Corpi in rivolta. In lotta per i diritti si legge “(…) ‘Corpi in rivolta’ significa riconoscere che ogni percorso di liberazione nasce da una presa di coscienza, individuale e collettiva. È il momento in cui apriamo gli occhi sulla violenza che attraversa la realtà: l’omolesbobitransfobia, i discorsi d’odio, il bullismo, l’abilismo, la misoginia, il razzismo e il patriarcato. La matrice di queste discriminazioni è la stessa alla base anche del suprematismo che alimenta il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania, la sistematica violazione dei diritti umani nei conflitti globali, come in Ucraina, Libano e Sudan. (…).
Secondo un articolo del settimanale l’Espresso dal titolo “La Comunità ebraica di Milano si sfila dal Pride per l’uso della parola ‘genocidio’” nel manifesto il testo era ancora differente. “(…) Nelle parti del documento politico contestate dalla comunità ebraica si legge che ‘la Resistenza Arcobaleno esprime profonda indignazione per l’inazione – e in molti casi la tacita complicità – del governo italiano di fronte al genocidio documentato perpetrato dal governo israeliano in Palestina’”. Non è possibile sapere se ci sia stata una modifica e quando però è interessante il commento di Davide Romano, Direttore del museo della Brigata ebraica di Milano, che nello stesso articolo esprime che “’è assurdo che proprio chi giustamente presta molta attenzione alle parole che generano violenza, non si preoccupi di usare un termine grave come ‘genocidio’. Una parola (…) che notoriamente aizza l’antisemitismo che va a colpire tutti i cittadini italiani di religione ebraica. Sono il primo a essere solidale con tutte le vittime innocenti di Gaza (…) ma l’utilizzo del termine genocidio è pericoloso, oltre che menzognero’”.

Gabriele Piazzoni
Dal palco predisposto all’Arco della Pace (!) per gli interventi politici e lo spettacolo musicale a conclusione del corteo, il segretario di Arcigay Nazionale Gabriele Piazzoni urla: “(…) (i pride) oggi ospitano una miriade di tematiche che vanno a difendere i diritti umani, dal ricordo ovviamente e il contrasto di ogni forma di genocidio come quella in corso verso il popolo palestinese (…)”. Anche due tra i quattro co-presentatori e co-presentatrici che si sono avvicendati parlano di genocidio palestinese: Diego Piemontese, autore comico e stand up comedian uomo transgender FtM, e la drag queen Priscilla, nome d’arte dell’attore Mariano Gallo, uno dei tre giudici di Drag Race Italia lo farà due volte. Potete ascoltare i loro interventi su YouTube, il video dura più di 5 ore.

La questione non è affatto semplice però ci permette di ricordare il contributo ebraico dato alla crescita dei movimenti LGBT in Europa e negli Stati Uniti, a partire da chi è stato uno dei nostri padri fondatori: Magnus Hirschfeld, medico sessuologo e scrittore ebreo tedesco. Co-fondò nel 1897 il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee (Comitato Scientifico-Umanitario), che si occupava di promuovere una campagna per la promozione dei diritti degli omosessuali osteggiati dal paragrafo 175 del codice penale tedesco, che trattava l’omosessualità maschile come un crimine. Fu perseguitato dai nazisti e morì in Francia. La sua tomba è visitabile a Nizza.
Passiamo alla praticamente sconosciuta attivista bisessuale ebrea Brenda Howard, conosciuta come Mother of Pride in quanto una delle principali coordinatrici insieme a un piccolo gruppo di amici del Christopher Street Liberation Day, il corteo organizzato nel 1970 per commemorare il primo anniversario dei moti di Stonewall. Fu lei a lanciare l’idea di una serie di eventi della durata di una settimana incentrati sulla marcia, dando origine alle celebrazioni mensili che oggi si tengono in tutto il mondo ogni giugno.
Fu il poeta ebreo dichiaratamente gay Allen Ginsberg, figura di spicco della cosiddetta Beat Generation, uno dei movimenti letterari più importanti del XX secolo, accorso nel Greenwich Village poco dopo gli scontri con la polizia, a pronunciare la frase secondo cui gli omosessuali avevano “finalmente perduto quello sguardo ferito”. Era avvenuto, infatti, un giro di boa epocale nei processi di rivendicazione e nelle forme di lotta di opposizione ai sistemi di oppressione che tuttora ci negano od ostacolano.
Per chiudere questa lista che potrebbe continuare molto a lungo (dalla filosofa ebrea lesbica Judith Butler a Larry Kramer, co-fondatore ebreo gay di ACT UP negli anni più tetri della pandemia di AIDS) il più famoso di tutti, di cui probabilmente anche qualsiasi persona eterosessuale ne ha almeno sentito il nome, è Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente gay eletto a una carica pubblica nella storia degli Stati Uniti: consigliere comunale di San Francisco nel 1977. La sua era una famiglia ebrea di origini lituane e fu assassinato all’interno del Municipio insieme al sindaco George Moscone nel 1978. Nel 2009 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli ha conferito alla memoria la massima decorazione degli Stati Uniti, la Presidential Medal of Freedom, per il suo contributo al movimento per i diritti delle persone LGBT.
Di sicuro nessuna e nessuno di loro avrebbe potuto o voluto pensare che nel 2026 sarebbero state discriminate all’interno della loro comunità per il fatto di essere anche ebreo o ebrea come una delle proprie intersezionalità. È inconcepibile pensare che se si appartiene al popolo ebraico automaticamente si rappresenta l’attuale Governo di Israele o si è d’accordo con le sue scelte e azioni. È come dire che essere una persona LGBT italiana implica essere d’accordo con tutte le politiche dell’attuale Governo Meloni che ha dimostrato più volte che di certo non è né friendly né supportive nei nostri confronti.
Fare questo (e si sta facendo) si chiama “generalizzare” nonché “creare un pensiero unico” con esclusione di chi non si adegua ed è un utilizzo “selettivo” dell’intersezionalità. Qualsiasi (op)posizione è messa nel tritacarne di una particolare esclusiva ed escludente narrazione. Prima io verifico (senza appello) chi considero colpevole e poi (cancellando quello che non mi va) decido quanto indignarmi. Personalmente anche qui io non ci sto.

Priscilla e Nina Palmieri
Come socio e volontario attivo di Arcigay da più di 20 anni, ritengo che Gabriele Piazzoni in quanto presente a rappresentanza dell’intera associazione non doveva esprimere quella riflessione, restando totalmente neutrale e sopra le parti. Queste, invece, le parole di Priscilla poco prima che presentasse la performance di Arisa che nel 2023 decise che sul palco del Milano Pride era meglio non farsi vedere a cantare, dopo le parole di apprezzamento che aveva tenuto nei confronti della Primo Ministro Giorgia Meloni.
“(…) E chiamiamo le cose col loro nome. Non è guerra, è un genocidio e viviamo in un paese che è complice. (…) E voglio aggiungere che ci sono un po’ troppe persone che continuano a sostenere che è assurdo che a un pride ci sia la bandiera della Palestina, che una drag queen, una persona queer sostenga un popolo ‘cosiddetto omofobo’ (le virgolette le ha mimate con le mani, N.d.A.). Non me ne frega niente dell’omofobia dei palestinesi. Non me ne frega niente. Non esiste nulla che possa giustificare il genocidio di un’intera popolazione (…) E la lotta queer è una lotta intersezionale (…)”.
L’intersezionalità indica, giustamente, che anche le realtà LGBT sono indissolubilmente legate alla razza, alla classe sociale, al genere, alla salute, alla disabilità e a molti altri rapporti di potere. I pride però non possono essere una tribuna in cui si incontrano tutte le cause del mondo, o il veicolo di un programma politico molto più ampio. Il gay pride ha una storia, una ragion d’essere e una responsabilità specifica da difendere o da recuperare. Non possiamo passare in secondo piano. E se la nostra comunità con tutte le sottoculture che la compongono non ha mai vissuto in una bolla separata dalla realtà, si è creata però degli spazi sicuri in cui potersi esprimere liberamente. A volte stando insieme e a volte in modalità “separatista”, come capita negli incontri associativi di categoria o nei locali commerciali specifici.

Come dice l’attivista canadese Peulo Deir: “(…) Le nostre comunità sanno cosa significhi essere abbandonate, emarginate o trattate come cittadini di seconda classe. Questa memoria dovrebbe naturalmente spingerci verso gli altri. Ma ogni solidarietà ha bisogno di un centro di gravità. La responsabilità primaria del Pride rimane quella verso le persone LGBT. Non perché le altre cause siano meno importanti, ma proprio perché è per loro che il Pride esiste (…)”.
Vorrei anche smettere di sentire la parola resistenza e che staremmo resistendo, perché non possiamo essere in attesa di una miracolosa manna dal cielo. Dobbiamo capire come si deve riprendere a lottare per di più in un’epoca dove l’Intelligenza Artificiale sta velocemente cambiando le regole di ogni gioco. Altrimenti per quanto ci sia un corteo del pride a Milano e a seguire un palco dove canta per l’ennesima volta Orietta Berti, saremo politicamente irrilevanti. Tanto per chiudere un altro cerchio intersezionale, secondo la Bibbia la manna è una sostanza commestibile che Dio somministrò agli ebrei durante le loro peregrinazioni nel deserto verso la Terra promessa dopo l’uscita e la liberazione dalla schiavitù in Egitto.
Passiamo ora ad alcune conseguenze. ll Consiglio Nazionale di Arcigay, ha deliberato il disconoscimento della funzione del Comitato Territoriale di Antinoo Arcigay Napoli APS. Come si legge nell’articolo pubblicato da Gay.it, “Antinoo Arcigay Napoli sostiene di essere stata disconosciuta perché non si sarebbe ‘allineata’, avendo dato ‘la parola e l’agibilità politica a tutti quei gruppi sistematicamente esclusi altrove, come Polis Aperta nel 2022 e Keshet dal 2024, o di aver preso sul territorio posizioni evidentemente scomode’”.

Boy George
Boy George, il cantante gay leader del gruppo pop britannico Culture Club mega famoso negli anni ’80 a luglio ha pubblicato una canzone filo-israeliana dal titolo We Will Dance Again, in cui canta: “You say genocide, I say war / When you’re attacked, that’s what the army’s for / Does it get ugly? You bet it does / When I know you wanna kill every last one of us” (“Tu dici genocidio, io dico guerra / Quando vieni attaccato, è a questo che serve l’esercito / Diventa brutto? Puoi scommetterci / Quando so che vuoi uccidere fino all’ultimo di noi”). Si è rapidamente generata un’ondata di critiche e reazioni…
Per concludere citerò il mio piccolissimo contributo alla diffusione della cultura palestinese in Italia: la recensione al meraviglioso libro Delitto a Ramallah di Abbad Yahya del 2016, edito da Mreditori nel 2020 nella sua prima traduzione mondiale. Un’opera al cui interno è presente anche un’intensa sottotrama con un protagonista gay che in un paragrafo vede un poster di Yasser Arafat che tiene un mitragliatore e lui lo immagina come un pene. Alcune persone minacciarono di bruciare le librerie che vendevano il romanzo mentre altri volevano linciare lo scrittore che è dovuto temporaneamente scappare a vivere in esilio in Germania.

In occasione della presentazione del libro in streaming organizzata dalla libreria Antigone di Milano feci due domande all’autore di cui qui trascrivo la prima.
Come mai ha scelto di inserire un co-protagonista gay e di parlare in maniera così intensa del suo dolore d’amore quando Ra’uf scompare? Io mi sono ritrovato in pieno, ma penso che quelle pagine sono universali e molto belle.
Ringrazio per la domanda e per il bellissimo commento. È difficile rispondere. Perché un personaggio dovrebbe avere una certa caratteristica, perché dover giustificare la presenza di un personaggio nel romanzo? Sembra una domanda strana. Perché non ci deve essere un personaggio omosessuale? Di solito sono le donne a cercare di analizzare, a destabilizzare la figura maschile. Io ho cercato di farlo con Nur. Con il suo ruolo lui guarda gli uomini della famiglia, quelli tradizionali e li analizza dal suo punto di vista cercando di sviscerare il machismo tradizionale palestinese.
Termino con le parole di un altro attivista canadese, Yves Lafontaine, nelle quali mi ritrovo pienamente. “(…) Il nostro movimento per i diritti delle persone LGBTQ+ è sempre stato attraversato da dibattiti. È normale. Non abbiamo mai condiviso tutti le stesse strategie, le stesse priorità né le stesse sensibilità politiche. Alcuni hanno privilegiato lo scontro, altri la negoziazione. Alcuni hanno manifestato per le strade, altri hanno scelto i tribunali, i media, l’arte o le istituzioni. Questa pluralità è sempre stata la nostra forza. (…) Un Pride non è una coalizione di tutte le cause. So che alcuni mi risponderanno che tutte le lotte sono collegate. Sono d’accordo… fino a un certo punto. (…) Il movimento Pride è nato perché le persone LGBTQ+ erano arrestate, respinte dalle loro famiglie, sfrattate dalle loro case, licenziate dal lavoro e private dei loro diritti più fondamentali. È nato per rispondere a un’ingiustizia ben precisa. Ciò non significa che le altre ingiustizie sono meno importanti. Ma ogni movimento rimane forte quando rimane fedele alla propria vocazione. (…).
