Se il termine intersezionalità è ora entrato nell’immaginario e nel vocabolario del movimento arcobaleno insieme a inclusività, cosa succede, invece, se parole come femminismo e sionismo si ritrovano a scontrarsi contro un conformismo queer che sta diventando talmente imperante che anche l’acronimo LGBT, con tutto il suo potere e valore politico, finisce per scomparire dai radar?
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Tra i vari carri che hanno sfilato nel corteo del pride di Roma di quest’anno uno riportava l’insulto “Vaffanculo sionismo”, vissuto evidentemente come “orgogliosa” rivendicazione. L’offesa di per sé ha una matrice linguistica chiaramente omofobica, e se oramai è naturale ricorrervi nel parlato, diventa però dato politico significativo esibendolo al pride. Non a caso la controcultura gay aveva in passato ripreso e neutralizzato il termine, ne è un esempio la celebre arguzia di Mario Mieli, inserita nel titolo di una commedia teatrale del 1976 che inaugurò la stagione del “teatro frocio” italiano, La Traviata Norma ovvero: vaffanculo… ebbene sì!
Al problema della forma si accompagna quindi quello del contenuto del messaggio: la denigrazione in salsa omofobica del sionismo è evidentemente coerente con il documento politico della manifestazione capitolina, considerando che, come noto per la polemica con l’associazione LGBT ebraica Magen David Keshet Italia, solo le organizzazioni firmatarie dello stesso avevano diritto a un carro. Quindi un carro del corteo, attraverso un insulto, si fregiava di condannare “con forza il genocidio e le violenze in corso a Gaza ad opera dello Stato di Israele che, in arrogante noncuranza del diritto internazionale, colpiscono la popolazione civile palestinese”, come scritto nel documento politico.

ph. Mario Fuà
Chi non condannerebbe un genocidio? In questa condanna, però, viene spacciata per verità fattuale una designazione su cui – limitandosi al dibattito giuridico attorno al conflitto inaugurato da Hamas il 7 ottobre 2023 – non vi è affatto accordo da parte degli organi competenti, chiamati a valutare se e quali crimini siano stati commessi. A un dato di verità – il coinvolgimento della popolazione civile e le vittime – si accosta una lettura univoca e mistificatrice della realtà del conflitto. In ciò la dirigenza del movimento LGBT italiano non fa che subordinarsi alla lettura egemone nelle organizzazioni reazionarie islamiste e nella Sinistra occidentale in merito alla guerra tra Hamas e Israele.
Allo striscione “vaffanculo sionismo”, infatti, facevano eco i molti cartelli, come già in altre manifestazioni, con slogan come “No Pride in Genocide” e “Queers for Palestine”. L’accostamento di istanze di liberazione e autodeterminazione di sessualità non conformi alla norma (la “traviata norma” di cui parlava Mario Mieli) e di slogan antisionisti è ritenuto lecito e, anzi, naturale. L’antisionismo, si dirà, è espressione dell’autodeterminazione arabo-palestinese. A fare problema, tuttavia, è il significato, esplicito o implicito, che l’antisionismo assume oggi di fronte all’esistenza dello Stato di Israele: il rifiuto di qualsiasi percorso di mediazione e compromesso tra le due istanze di autodeterminazione, quella ebraica e quella arabo-palestinese.

L’antisionismo nella sua espressione pan-arabista e islamista si rivela qui intrinsecamente reazionario. È espressione di una visione bellicista e irredentista (“redimere” le terre perse in passati conflitti) e risultato ultimo di una concezione totalitaria, volta a rimuovere all’esterno il particolare nazionale ebraico e all’interno dei rispettivi stati ogni particolarismo etnico, religioso o nazionale (si pensi ai curdi, ai drusi, ai cristiani maroniti, ai Bahá’i, ai kabili, agli yazidi) nonché ogni forma di devianza dalle norme di sesso e di genere, nella sopraffazione sistemica verso donne e persone omosessuali e transgender.
L’oppressione reazionaria, patriarcale e omotransfobica vigente nei paesi e movimenti guida delle campagne belliche “antisioniste” è nota, ed è derubricata dalla maggioranza del movimento LGBT come speculare al cosiddetto pinkwashing di cui viene accusato Israele. Secondo questo argomento, tanto le politiche liberali in tema di diritti in Israele sarebbero una copertura “pink” per i presunti crimini di guerra, quanto le politiche reazionarie e omofobiche nei paesi nemici di Israele (spesso liquidate come retaggio dei codici di legge imposti in epoca coloniale dagli inglesi) non inficerebbero il loro statuto di “oppressi”. Al contrario, la convergenza di antisionismo, patriarcato, omofobia e repressione delle proprie minoranze etnico-religiose, squarcia d’un tratto il velo d’ipocrisia.

Indicando la volontà di non perseguire percorsi di compromesso, a cui in momenti decisivi della storia Israele si è aperta (ritiro dal Sinai e pace con l’Egitto, accordi di Oslo, ritiro da Gaza) per precluderli in altri, e ponendo in evidenza come la lettura egemone nel movimento LGBT del conflitto strida con la sua cultura politica, altrimenti attenta, proprio per l’intersezionalità rivendicata, a riconoscere che dove vi è l’oppressione di una particolare soggettività, là vi è indice di una tendenza reazionaria, il “vaffanculo sionismo” reitera, in toni adolescenziali che restituiscono la levatura culturale di una parte della Sinistra italiana, quanto movimenti come Hamas o regimi come quello islamista in Iran attuano: sbarrare la strada a qualsiasi cammino di compromesso e, prima ancora, di riconoscimento e rispetto tra le differenti identità nazionali e culturali. Percorsi viceversa faticosamente intentati da singoli e gruppi della società civile israeliana e arabo-palestinese, basti ricordare il Nashim Ossot Shalom, le donne “fanno” la pace o le reti di genitori israeliani e palestinesi che hanno perso i rispettivi figli nel conflitto.
La legittimazione a Sinistra dell’antisionismo (in altri anni appannaggio della Destra sociale e post-fascista), ormai reso conditio sine qua non per considerarsi parte di questo schieramento politico, è il precipitato ultimo di un atteggiamento che possiamo definire “stalinista” per la forma mentis che esprime, prima ancora che per un qualche contenuto specifico, riducendo ogni dissenso e diversità a eresia reazionaria da spurgare. Sebbene il movimento arcobaleno dovrebbe essere trasversale a culture politiche differenti e inclusivo verso tutte e tutti quanti e quante vivano condizioni e percorsi di autodeterminazione, difatti ha da diversi anni portato una campagna di delegittimazione e di esclusione verso le femministe radicali: donne ree di avere un’opinione differente su… cosa intendere con l’essere donne (!). Negli ultimi anni, infatti, è stata attuata una vera e propria messa al bando di associazioni femministe e lesbiche che esprimevano posizioni critiche su questioni complesse e controverse come la maternità surrogata, commerciale o solidale, i diritti delle persone transgender, il sex work o ancora la richiesta di Self-Identification o autodeterminazione, secondo cui sarebbe possibile dichiarare il proprio genere o identità sessuale con una semplice autodichiarazione senza bisogno di certificazioni psichiatriche e legali.

Tali voci critiche sono state etichettate come reazionarie e fasciste, togliendo loro spazio e diritto di parola nei dibattiti pubblici, arrivando anche alle minacce fisiche. Naturalmente, se si può essere in disaccordo su tali temi, dove diversi modi di intendere i propri diritti, o diritti di soggetti differenti, confliggono, altra cosa è delegittimare come “reazionarie” le femministe della differenza, negando nei fatti il diritto delle donne di autodeterminarsi. Una vecchia pratica del patriarcato che si credeva ormai superata, dire: “Stai zitta!”, è tornata in auge proprio in seno alla Sinistra anticapitalista e ad alcuni gruppi oramai solo indistintamente Queer e non più LGBT. Gli stessi, peraltro, che considerano i massacri avvenuti il 7 ottobre 2023 come legittimi (se non gloriosi) atti di resistenza, attestando la sovrapposizione tra retorica islamista e le parole d’ordine della Sinistra in difesa dei “dannati della terra” (o degli oppressi)
Di ciò si è avuta emblematica espressione nella scenografia allestita da Hamas in occasione del rilascio di alcuni rapiti, dove si consumava l’intersezione tra l’immaginario ipernazionalista – il richiamo al legame di sangue con la terra (il Blut und Boden nazista) sprezzantemente rivolto a chi, tra gli israeliani, aveva la doppia cittadinanza e, in generale, a indicare l’illegittimità della presenza ebraica – quello religioso – la denominazione dell’invasione del 7 Ottobre come “Diluvio Al-Aqsa” – e quello “di Sinistra”, le cui parole d’ordine erano riprese in inglese, attestando la volontà di creare un legame di intenti con i “Pro-Pal” occidentali.
Non sarà dunque un caso se nello stesso ambiente politico si sia ricorsi, di fronte alle violenze sessuali commesse da Hamas contro donne, e anche uomini, israeliane/i all’altrimenti paventato atteggiamento misogino, non dando credito alle voci delle testimoni dirette, come recentemente abbiamo visto accadere all’ONU con la testimonianza dell’ex ostaggio Ilana Gritzewski, oppure giustificandole con il migliore dogma patriarcale, dopo apposito maquillage in versione anticolonialista, di “se la sono cercata”.

La delegittimazione delle femministe della differenza, la cui parola è ridicolizzata e derubricata e il “vaffanculo” al sionismo, reso equivalente a colonialismo (se non al nazismo!), non hanno solo in comune la reiterazione in versione 2.0 di quell’atteggiamento stalinista che portava all’espulsione di dissidenti, alla subordinazione delle istanze femministe a quelle “di classe” e alle persecuzioni anti-ebraiche (dopo la pagina di lotta all’antisemitismo che fu propria del primo bolscevismo), attraverso le accuse opposte e uguali di “cosmopolitismo” e “sionismo”. Più strutturalmente ancora, la “caccia alle streghe” della Sinistra woke contro femministe e “sionismo” tradisce la difficoltà a fare i conti con la differenza, a partire da quella di genere, annullando le particolarità del dato materiale-biologico in nome di un universalismo astratto, rincorrendo l’omologazione nell’indistinto e nell’indifferente che si esprime nella scrittura con gli asterischi, o con la lettera schwa o nella preferenza per la vocale neutra “u”. Chissà perché non si trova mai scritto autric* o direttric* per esempio, ma sempre autor* o direttor*, cancellando ancora di più i differenti generi (grammaticali e umani) invece che fonderli insieme.
È allora lecito domandare se in questo rifiuto ideologico della differenza e delle distinzioni, che si coniuga al rifiuto di fare i conti con i dati materiali di realtà, non ritorni surrettiziamente quell’antico schema, che si risolveva in ultimo nell’antigiudaismo, che in nome dell’ideale, di per sé condivisibile, di universale e universalismo, vedeva nella differenza ebraica un’offesa – ieri deicida oggi genocida, ieri “particolarista”, oggi “colonialista” – uno strappo da sanare. Anche con riferimento a questo differente nodo può essere allora utile richiamare l’insegnamento del femminismo della differenza che, coniugando particolare e universale, invita ad assumere la propria e altrui singolarità, assumendo la parzialità e il limite.

ph. Sunguk Kim per Unsplash
Il richiamo alla pace come valore universale è certo da ribadire e articolare politicamente, sapendo però fare i conti con la realtà, che porta i segni sia della violenza portata dalla guerra con i suoi lutti e traumi, sia della violenza ideologica di chi, mandando a “fare in culo” il sionismo, fornisce legittimità a coloro che per pace intendono l’eliminazione dell’altro. La pace della differenza, in attesa di poter essere creata sul campo, secondo quell’equilibrio tra sicurezza e autodeterminazione dell’altro incarnata da Rabin e dalla Sinistra sionista, è preannunciata dall’agire concreto dei singoli e dei collettivi che, al di là dei diversi convincimenti politici, non fanno delle rispettive appartenenze condizione di disprezzo dell’altro.
Pratiche concrete messe in atto dalla società civile israeliana e arabo-palestinese e, ancor più nello specifico, nel mondo LGBT, che mettono in luce la possibilità di pratiche di cura e solidarietà reciproca. Segni concreti di shalom e di tikvà, di pace e di speranza, riprendendo i titoli della celebre canzone Shir LaShalom, letteralmente “Canzone per la pace”, scandita anche dai cori di Tzahal, le forze di difesa israeliane, e dell’inno nazionale HaTikvà (la speranza).
