Alla Biennale Teatro di Venezia e al CampaniaTeatroFestival è andato in scena Quindici ragazzə con qualche esperienza, due testi di Enzo Moscato che Arturo Cirillo ha unito insieme curandone l’allestimento insieme agli allievi della Scuola di Teatro di Napoli della quale è Direttore. Ci parla di questo lavoro, di come si rapporta ai giovani teatranti e dei suoi prossimi impegni artistici.

 

Insieme ad Annibale Ruccello, Enzo Moscato è stato il più significativo esponente del teatro napoletano post-eduardiano. Impossibile dimenticare Le cinque rose di Jennifer, Ferdinando, Anna Cappelli del primo, tragicamente scomparso a 30 anni. Trianon, Rasoi, Luparella, Orfani veleni, sono solo alcune tra le molte pièce del secondo che ci ha lasciato nel 2024.

A due testi della prima stagione creativa, meno frequentati però rappresentativi della sua opera, Festa al celeste e nubile santuario e Ragazze sole con qualche esperienza, entrambi composti da Moscato alla metà degli anni Ottanta, si è rivolto Arturo Cirillo, attore e regista il cui lavoro abbiamo sempre seguito e apprezzato, per la messa in scena del dittico raccolto sotto il titolo Quindici ragazzə con qualche esperienza del quale sono interpreti gli allievi del corso di recitazione del secondo anno della Scuola di Teatro di Napoli.Lo abbiamo visto sia alla Biennale Teatro di Venezia (il cui programma a cura del direttore artistico Willem Dafoe, nell’ambito del Progetto Scuole di Teatro ha ospitato anche la Civica Scuola Paolo Grassi di Milano e l’Accademia Teatrale Carlo Goldoni dello Stabile del Veneto) sia al CampaniaTeatroFestival di Napoli, diretto dal drammaturgo e regista Ruggero Cappuccio, ottenendo in entrambe le occasioni un gratificante successo.

Dovendo lavorare con ben tredici allievi, l’intuizione felice di Cirillo è stata quella di assegnare a sei allievi i ruoli dei femminielli Grand Hotel e Bolero Film, protagonisti di Ragazze sole con qualche esperienza, mentre a sette allieve sono state assegnate le parti di Eisabetta, Annina e Maria, i personaggi di Festa al celeste e nubile santuario. Nella prima pièce i travestiti, seppur non più giovani, esercitano ancora la prostituzione e si sono invaghiti di due carcerati, Scialò e Cicala che a breve torneranno liberi, intessendo con loro una fitta corrispondenza senza però mai scambiarsi reciprocamente una fotografia.

Foto di Ivan Nocera

Per ovviare a questa mancanza, Grand Hotel mette alla prova le sue arti divinatorie, ma anziché le fattezze degli innamorati compaiono due bare e la coppia s’interroga sul significato di questo presagio. Riescono comunque a decifrarne alcune caratteristiche somatiche: Cicala è basso di statura e molto peloso mentre Scialò è alto, snello e favorito da madre natura. Scontato è dunque l’alterco per accaparrarsi le grazie del più appetibile.

Finalmente usciti dal carcere di Poggioreale, i due malavitosi raggiungono l’appartamento delle “ragazze” nei Quartieri Spagnoli, scoprendo con disappunto che la loro età è ben diversa da quella che si aspettavano. L’astinenza e la determinazione delle padrone di casa però hanno la meglio. Poco dopo arriva il telegramma di un noto camorrista, informandole che i due sono condannati a morte per averlo tradito. I sicari da lui inviati porteranno a termine l’incarico: ne resteranno coinvolte anche Bolero Film e Grand Hotel? È la sera del 23 novembre 1980 e un devastante terremoto sta per abbattersi sulla città…

Foto di Ivan Nocera

In Festa al celeste e nubile santuario, invece, facciamo conoscenza di tre sorelle che vivono in un modesto basso. Elisabetta, la maggiore, paladina della sua e dell’altrui verginità, è ligia ai dogmi e ai ministri della Chiesa e ha il potere di condizionare le vita delle altre due. Annina è visionaria e convinta di parlare con lo Spirito Santo e ricevere messaggi dalla Madonna, ma al contempo è in balia di un’ossessione erotica che le fa desiderare d’essere posseduta da un maschio. Maria, muta ed enigmatica e trattata come una serva, ha mestruazioni di colore azzurro e una gravidanza inspiegabile data la sua condizione di vergine.

È questo il primo segnale di un succedersi di eventi simbolici e soprannaturali come la repentina cecità di Elisabetta (provocata in realtà dalle sorelle che le somministrano dosi massicce di collirio) che con la vista perde anche il ferreo controllo sulle altre. Sarà Maria, a cui è tornato miracolosamente il dono della parola, a imprimere alla pièce un drammatico finale, architettando una crudele vendetta nei confronti di Annina ed Elisabetta e assecondando lo smisurato appetito sessuale di Toritore, un giovanotto psichicamente labile destinato a diventare il suo toyboy.

Foto di Ivan Nocera

Pregio della regia di Arturo Cirillo è la capacità di coniugare precisione formale e leggerezza (che non copre un sottofondo di malinconia e disincanto), servendo un testo pregno di memoria letteraria e teatrale non “spiegandolo” bensì lasciandolo risuonare, tenendosi alla larga dall’esasperato realismo o dallo sperimentalismo, regalandoci uno spettacolo vivo e non un reperto archeologico o una reliquia.

Merito anche della lingua “sporca”, musicale e onirica, talvolta complessa ma sempre godibile di Moscato, un impasto di dialetto e idiomi antichi e moderni, capace di abitare dentro corpi e sensibilità nuove dei giovani interpreti (Giulia Alfano, Pietro Carfì, Carla D’Avino, Francesco De Fusco, Marco Filosa, Nicole Focacci, Emma La Marca, Fiamma Leonetti, Sara Marzullo, Anna Pimpinelli, Gabriele Romagnoli, Gerardo Sirico e Lorenzo Vacalebre), tutti impegnati in un adrenalinico gioco di squadra sotto il segno dell’energia e della coralità, dividendosi tra momenti comici e altri emozionali. Un dittico dalla scelta coerente che ci racconta l’amata Napoli come città di voci polifoniche, contraddizioni laceranti, sempre dimora di un’umanità in costante equilibrio tra bene e male.

Arturo Cirillo – ph. Tommaso Le Pera

Per approfondire quest’ultimo lavoro di Arturo, lo abbiamo incontrato, lieto per le molte nominations ricevute al premio Le Maschere del Teatro per Le false confidenze di Marivaux e in partenza per le prove di ORLANDO, la commedia, riscrittura del capolavoro di Virginia Woolf, che debutterà a luglio al Festival di Borgio Verezzi.

Per cominciare, vogliamo precisare qual è il tuo ruolo e da quando lo ricopri all’interno della Scuola del Teatro di Napoli?

Da due anni la mia funzione è quella di Direttore della Scuola, fondata 21 anni fa da Luca De Filippo con sede presso il teatro San Ferdinando. È il nostro secondo anno alla Biennale di Venezia, avendo la scorsa edizione messo in scena Orge per George di Athos Mion (qui la nostra recensione). Un’esperienza così positiva da convincere la direzione a creare quest’anno una sezione dedicata alle Scuole. Lavorare, oltre che con attori e attrici già noti anche con i giovani è stata una costante nel mio percorso professionale, perché portano uno sguardo differente che m’interessa, sono meno strutturati e consentono una crescita reciproca. Oltre all’incarico a Napoli, insegno da 13 anni all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma e all’Accademia Nico Pepe di Udine.

Com’è avvenuta la scelta sui due testi di Moscato?

Ho pensato che Enzo era scomparso da due anni e che a Napoli, a parte lo spettacolo di Roberto Andò Non posso narrare la mia vita, di lui, autore importante del teatro contemporaneo, non s’era fatto molto per ricordarlo, così ho deciso di dedicarmi a questo lavoro. Quando mi sono trovato davanti tredici interpreti e due allievi registi, ho pensato che andavano presi almeno due testi. Poiché di solito Moscato, soprattutto negli ultimi anni, non scriveva pièce corali, mi sono quindi rivolto alla prima fase della sua produzione, più simile a quella del suo amico e sodale Annibale Ruccello, dove troviamo un certo numero di personaggi e una narrazione abbastanza canonica.

Nel 1985 c’era stata un’edizione di Ragazze sole con qualche esperienza proprio con loro due protagonisti, diretta da Annibale, al teatro Ausonia di Napoli ora teatro Totò. Fu un inspiegabile fiasco di pubblico e di critica. Di Festa al celeste e nubile santuario ricordo una versione diretta da Moscato con Isa Danieli e Angela Pagano. Su quest’ultimo ho schierato il nucleo femminile della classe, sull’altro testo quello maschile. Oltre alla scelta drammaturgica di operare alcuni necessari tagli, dovevo pensare alla distribuzione per i tredici allievi e ho deciso di sdoppiare o meglio frammentare i personaggi, creando una polifonia già presente nei testi dell’autore.

Da molti anni porti in scena con immutato successo il femminiello di Rosalinda Sprint in Scende giù per Toledo di Patroni Griffi e ne ritroviamo altri due in Ragazze sole. Questo personaggio ha ancora una valenza popolare ed è tuttora presente nel tessuto sociale di Napoli?

Sì, è ancora presente ma credo che, inevitabilmente, stia un po’ scomparendo. Nei Quartieri Spagnoli li troviamo anche oggi e mi risulta che a Natale facciano ancora le tombole e che vadano in pellegrinaggio al santuario di Montevergine, come soleva fare l’attore Ciro Cascina, mancato qualche giorno fa. Credo sia una figura così sociologicamente legata a un certo tipo di mondo e di sotto economia che in questo momento è in via di sparizione. I Quartieri Spagnoli sono diventati il regno dei bambini e dei ristoranti: non c’è più il sostrato culturale di un tempo.

Proprio in questi giorni al teatro Galleria Toledo è stato proiettato il documentario Ballata femmenella, diretto da Elettra Raffaela Melucci e Giovanni Battista Origo. Sono personaggi, come la celebre Tarantina, che Ruccello e Moscato hanno conosciuto benissimo e sono fondanti nella loro drammaturgia, vedi Le cinque rose di Jennifer di Annibale.

Veniamo ai tuoi prossimi impegni. Dopo aver approfondito Molière, hai affrontato il Marivaux delle False confidenze di cui sei regista e in cui interpreti il personaggio di Dubois accanto a Elena Sofia Ricci (spettacolo che vedremo in tournée da novembre e al Carcano di Milano dal 2 al 7 febbraio) e stai per iniziare le prove di ORLANDO, la commedia, (all’Elfo Puccini di Milano dal 10 al 14 marzo), diretto da Giuseppe Dipasquale con Viola Graziosi. Ce ne parli?

Di quest’ultimo sono un interprete e non farò io Orlando. L’idea è nata a Dipasquale che ama molto il romanzo di Virginia Woolf, un progetto voluto anche da Viola Graziosi che è in scena con me. Con Viola ci conosciamo da tanti anni, e da giovani abbiamo lavorato insieme nell’Amleto e in Misura per Misura di Shakespeare al teatro Garibaldi di Palermo, allora diretto da Carlo Cecchi, dunque una bella occasione per ritrovarci.

Dipasquale ha scritto un adattamento che comprende pagine originali però aggiungendone anche altre ex novo, inventando una situazione metateatrale che prevede la presenza di un gruppo di noi attori che si calano nei panni di altri attori di un tempo passato, alle prese con la messa in scena dell’Orlando. Una struttura a scatole cinesi per un romanzo sicuramente non tradizionale e in anticipo sui tempi, considerando che parla di cambio di sesso, attraversamento di secoli e concetto di maschile e femminile, per fortuna dico io sempre più fluido e meno rigido. A questo proposito vorrei ricordare il bel documentario Orlando, My Political Biography del filosofo e attivista transgender Paul B. Preciado, in cui persone che stanno affrontando la transizione di genere leggono a turno Orlando della Woolf.