Sono passati 50 anni da quel fatidico 28 giugno 1969. Che a scatenare la rivolta sia stato un tacco a spillo o una bottiglia di gin contro un poliziotto poco importa, perché l’effetto fu devastante. Nell’immaginario del mondo omosessuale e transessuale qualcosa cambiò, come se avessimo iniziato a esistere realmente solo da quel giorno. Ma cosa accadde davvero?

 

La mitopoiesi è l’attività, l’arte o la tendenza a inventare favole, a formare miti. Un processo di formazione ideologica con cui si attribuisce a fatti reali o alla narrazione di essi un valore fantastico di riferimento culturale e sociale. Questo è avvenuto anche per i moti di Stonewall: ognuno e ognuna di noi li racconta un po’ a modo suo, spesso senza aver mai realmente approfondito la ricerca.

Per evitare anche noi quanto possibile di cadere in questa trappola, vi proponiamo una “versione dei fatti” basandoci su un articolo che Giovanni Dall’Orto ha pubblicato su Wikipink (troverete i paragrafi copiati tra virgolette), cui vi rimandiamo per tutti i dettagli completi e per l’accurata analisi storico-politica e i relativi commenti.

Gli “Stonewall riots”, le rivolte davanti allo Stonewall Inn in Christopher street nel quartiere bohémien di Greenwich Village a New York (o come qualcuno li definisce più politicamente lo “Stonewall uprising” ovvero un’insurrezione improvvisa), segnano simbolicamente l’inizio della lotta politica organizzata per la rivendicazione dei diritti delle persone omosessuali e transessuali.

 

In realtà furono anche atti lenti e sforzi pazienti di molti e molte militanti anonimi che anticiparono e prepararono il terreno perché questo avvenisse, e sommosse gay e trans erano già capitate negli USA negli anni precedenti senza però che innescassero la reazione a catena che “per incanto” prese vita nella Grande Mela nel 1969.

Gli anni ’60 avevano visto negli Stati Uniti scontri razziali, guerriglie di quartiere, lotte di ogni tipo per i diritti civili. Tutte le altre minoranze avevano fatto le loro rivendicazioni durante quel decennio, ma nessuno si preoccupava delle persone LGBT che subivano qualsiasi tipo di sopruso. L’omosessualità, infatti, era un reato penale nella maggior parte degli Stati Uniti e a New York era inoltre vietato per legge servire alcolici nei bar a persone dichiaratamente omosessuali ed era vietato ballare in coppie dello stesso sesso.

“Durante gli anni del Maccartismo e del lavender scare, si era intensificata la repressione dei luoghi d’incontro omosessuale, che a New York erano fiorenti sin dalla seconda metà dell’Ottocento. Nello stato di New York le intenzioni repressive della polizia si scontravano però con l’assenza d’una legge che permettesse di chiudere un locale solo perché frequentato da omosessuali; a ciò suppliva la compiacenza omofobica dell’ufficio preposto alla concessione delle licenze di spaccio di alcolici, la New York State Liquor Authority (NYSLA), che aveva preso l’abitudine di togliere o negare la licenza ai bar giudicati pericolosi per la morale pubblica (un disorderly conduct è un disturbo della quiete pubblica e la presenza di persone gay era considerata disorderly di fatto, N.d.R.).

Il movimento omofilo (la fase politica che va grosso modo dalla seconda guerra mondiale fino a Stonewall, N.d.R.) aveva sfidato in tribunale questo comportamento, ottenendo sentenze che sancivano che nessuna legge autorizzava a negare la mescita di alcolici a qualcuno solo perché omosessuale, tuttavia questo non aveva reso più malleabile la NYSLA che continuava e a negare o revocare a ogni minimo pretesto le licenze ai locali gay.

Per questa ragione i locali diretti alla clientela omosessuale tendevano o a operare senza licenza, cosa che li esponeva ai ‘giustificati’ raid della polizia, o a essere gestiti dalla mafia, che aveva i mezzi per corrompere la polizia. Per aggirare la legge i bar gay operavano come bottle bars, ossia come ‘circoli privati’ in cui teoricamente i clienti avrebbero portato loro le bevande da casa. All’ingresso bisognava dare il proprio nome (ma non veniva chiesto un documento d’identità per verificarlo) e firmare il libro degli ospiti”.

 

Il nome Stonewall del bar deriva dal titolo di uno dei primi libri americani che descrivevano un amore saffico The Stone Wall (il muro di pietra), un’autobiografia scritta sotto lo pseudonimo Mary Casal e pubblicato nel 1930. Nel 1934 in Christopher street si aprì il locale Bonnie’s Stone Wall, un nome in codice per attirare una clientela lesbica, che fu un bar e ristorante fino al 1964, quando l’interno fu distrutto dal fuoco.

All’interno, passato il controllo e varcata la porta d’entrata al numero 53 di Christopher Street si apriva un piccolo vestibolo. Firmato il registro come “socio” (era comune scrivere per scherzo Judy Garland o Donald Duck cioè Paperino), alla sinistra c’era un guardaroba e a destra una porta d’ingresso portava al civico 51 in una lunga stanza rettangolare, sulla cui destra si trovava un bancone da bar e dietro una pista da ballo con un jukebox.

Di fronte al bar un piccolo ingresso riportava al numero 53, dove c’era una seconda pista da ballo con un altro jukebox e un piccolo bar nel fondo accanto ai due bagni. Il bar principale non aveva acqua corrente e non c’erano uscite di sicurezza. Gli interni erano stati dipinti di nero come modo rapido e poco costoso per mascherare i danni dovuti dall’incendio cinque anni prima. Anche le vetrate che davano sull’esterno erano annerite e rinforzate all’interno con del compensato.

“Le mazzette pagate dalla mafia non servivano comunque a garantire che i locali non sarebbero stati razziati, e tanto meno che i clienti non sarebbero stati arrestati, ma solo che la polizia avrebbe avvertito prima di effettuare i raids (in modo da far sparire quanto andava occultato o salvato) e soprattutto che non sarebbero stati messi i sigilli ai locali, che in questo modo avrebbero potuto riaprire immediatamente dopo la razzia.

Anche lo Stonewall Inn era posseduto e gestito dalla mafia. Il suo proprietario, Tony Lauria, detto Fat Tony (che lo aveva avviato nel 1967, N.d.R.), apparteneva al clan Genovese, e pagava alla polizia una mazzetta di 1200 dollari al mese per restare aperto .

Il raid contro lo Stonewall si colloca in questo scenario, durante un’ondata di razzie poliziesche contro i bar gay della zona. Nei giorni precedenti il 28 giugno erano infatti stati già colpiti altri due locali, lo Snake Pit (la fossa dei serpenti) e The Sewer (la fogna), entrambi operanti senza licenza di spaccio, e addirittura avevano chiuso lo Checkerboar, il Tele-Star e altri club notturni.

 

Era, infatti, in corso la campagna per l’elezione del sindaco e il primo cittadino uscente John Lindsay, che aveva perso le primarie del suo partito, voleva mettersi in mostra con un repulisti completo dei bar gay. Lo Stonewall Inn era un bersaglio relativamente facile perché non aveva licenza per la mescita, era gestito dalla mafia, ed era nel mirino di una serie di voci che lo accusavano di tollerare un giro di prostituzione (al primo piano), spaccio di droga e ricatti ai clienti impiegati nella vicina Wall Street.

Durante la retata della notte del 27 giugno 1969 allo Stonewall Inn non solo la polizia si era ripresentata dopo avere già effettuato un raid il martedì precedente, ma non aveva preavvisato i proprietari e s’era presentata a un’ora molto tarda, insolita per questo tipo d’operazioni, cosa che segnala un’intenzione di ‘colpire duro’ contro il locale. Gli eventi ebbero inizio nella notte del 27 giugno 1969, alle ore 1.20, quindi tecnicamente nella primissima mattina del 28 giugno, che per questo motivo è oggi indicata come data dei moti.

Il confronto avvenne fra polizia e manifestanti omosessuali e trans, per cinque sere non consecutive, nelle notti di venerdì 27, sabato 28, domenica 29 giugno 1969 e, dopo due giorni di pioggia e di pausa, nelle notti di mercoledì 2 e giovedì 3 luglio 1969”.

Tutta la gente del quartiere si unì alla sommossa e, grazie a due giornalisti del The Village Voice che arrivarono subito e si trovarono barricati dentro il locale insieme agli agenti, le risse della prima notte finirono immediatamente sui giornali.

 

Questo catalizzò l’attenzione del pubblico, facendo affluire nei giorni successivi molte persone che altrimenti probabilmente non avrebbero mai saputo nulla né avrebbero reagito. Si coagulò una lotta contro il Potere ma era l’aria del tempo che stava cambiando in maniera radicale. Per esempio sempre nel 1969 il primo uomo (bianco ed eterosessuale), pose un piede sulla luna e, all’apice della diffusione della cultura hippy, si svolse il festival di Woodstock.

“Quanto al mitico iniziatore, molto diffusa è la narrazione secondo cui sarebbe stata una persona ‘transgender’ a dare origine ai moti scagliando una scarpa col tacco a spillo contro un agente (palese mitizzazione della testimonianza secondo cui, nel corso delle colluttazioni, una drag queen avrebbe colpito un poliziotto con una borsetta). Questa persona è spesso indicata come Marsha Johnson oppure Sylvia Rivera, due drag queen, una di colore e l’altra ispanica.

D’altro canto, un’altra narrazione vuole che sia stata una lesbica butch, Stormé DeLarverie (che affermò apertamente di essere stata lei), a sollecitare gli astanti per essere liberata dai poliziotti che l’avevano ammanettata e colpita alla testa con un manganello.

Le testimonianze inoltre concordano sul fatto che prima che iniziassero i disordini, davanti al locale s’era raccolta una folla di astanti, composta solo in parte dai clienti rilasciati dalla polizia, e in maggioranza da semplici passanti e da avventori di altri locali della via: a fronte delle 205 persone contate dalla polizia prima del raid, al momento di chiamare rinforzi la folla era ormai stimata in 600 persone, e nel corso della nottata sarebbe arrivata a 2000.

Ciò significa che il presunto iniziatore dei moti potrebbe anche essere stata una persona non presente alla retata, ma accorsa alla notizia del raid per ‘dare una lezione agli sbirri’, perché quello era il clima politico di quegli anni.

La stessa Marsha Johnson ha dichiarato, in un’intervista concessa allo storico Paul Burston, di non essere stata presente allo scoppio dei moti, e di essere andata in Christopher Street esattamente perché le era stato riferito che erano già in corso scontri con la polizia.

Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera

 

Sempre secondo questa testimonianza, Johnson nell’andare allo Stonewall aveva incontrato Sylvia Rivera (che faceva uso d’eroina) addormentata su una panchina del parco.

Dunque è appurato che nessuna delle due presunte iniziatrici dei moti era presente all’inizio dei moti.”

Torniamo a quella fatidica notte. “Lo Stonewall Inn era un ‘circolo privato’ dotato di due bar e due sale da ballo, per accedere al quale era necessario pagare un biglietto d’ingresso (nel weekend, tre dollari, comprensivi di due consumazioni) (un dollaro in settimana, N.d.R.).

La principale attrattiva del locale era in effetti la circostanza di essere l’unico di New York in cui i gestori permettessero a due clienti dello stesso sesso di ballare assieme; tutti sapevano che se si fossero accese di colpo le luci questo avrebbe significato che era entrata la polizia e che bisognava smettere immediatamente qualsiasi interazione fra persone dello stesso sesso (l’omosessualità era illegale). Due poliziotte e due poliziotti in borghese erano già entrati in precedenza per raccogliere prove, mentre la Buoncostume aspettava all’esterno di ricevere un segnale per intervenire.

Quando la polizia in divisa si presentò alla porta, valutò che fossero presenti circa 205 persone. Furono accese le luci e i clienti furono messi in fila per il controllo dei documenti. I minorenni, coloro che non avevano documenti e quanti indossassero vestiti non conformi al genere vennero fermati (per legge dovevano essere almeno tre, N.d.R.), gli altri furono via via fatti uscire in strada.

Questa era la prassi per tutte le razzie effettuate all’epoca. Quella sera però le cose non andarono secondo il copione. Le clienti in abiti femminili (fra cui cinque ‘travestiti’) quella notte rifiutarono di accompagnare in bagno le agenti per la verifica del sesso. Alcuni clienti rifiutarono di esibire i documenti. Almeno una donna lesbica butch in abiti maschili ebbe una colluttazione mentre l’ammanettavano. La polizia decise di portare tutti in commissariato, e mandò a chiamare i furgoni cellulari. Inoltre la polizia aveva fermato tutto il personale del bar e aveva sequestrato 28 casse di birra e 19 bottiglie di superalcolici.

Molti dei clienti che erano stati mandati via, invece di disperdersi, si radunarono di fronte al locale, ed entro breve si raccolse una folla tra le 100 e le 150 persone, composta in parte da clienti dello Stonewall e in parte da passanti e clienti usciti dai locali adiacenti. Quando arrivarono due furgoni cellulari, la folla iniziò a schernire i poliziotti. Poi qualcuno iniziò a gridare ‘porci!’ e a lanciare monetine e qualche bottiglia perché si era sparsa la voce che i clienti all’interno erano stati percossi.

 

Una donna ammanettata, una lesbica butch, fu portata al furgone, riuscendo a divincolarsi più volte, gridando e lottando contro quattro poliziotti. Secondo le testimonianze, a un certo punto la donna avrebbe gridato agli astanti: ‘Why don’t you guys do something?’ (Ragazzi, perché state lì senza far niente).

Da questo momento la situazione peggiorò. I presenti cercarono di ribaltare i furgoni e di tagliare le gomme alle auto della polizia. Due auto e un furgone carico partirono, con l’ordine di tornare subito. Mentre la tensione saliva, alcuni nella folla scoprirono un mucchio di mattoni in un cantiere edile nelle vicinanze. A questo punto la folla comprendeva ormai fra le 500 e le 600 persone. Quando iniziò una sassaiola di mattoni, bottiglie e lattine, dieci poliziotti (due dei quali donne) si barricarono dentro il locale. (…)

La sera successiva il bar era nuovamente aperto, per quanto la facciata apparisse affumicata e coperta di scritte di protesta. La notizia degli scontri attrasse una folla di migliaia di persone, che gremivano all’inverosimile l’area. Era presente anche un centinaio di poliziotti e gli scontri si ripeterono anche la seconda sera, fino a che alle due di notte fu nuovamente chiamata la polizia anti-sommossa. Gli scontri proseguirono fino alle quattro. In tutto, le notti di scontri furono cinque (…).

Un aspetto che è oggi facile sottovalutare negli avvenimenti di quei giorni fu che la società, e la stessa comunità omosessuale fu presa di contropiede dall’idea che una folla di omosessuali fosse stata capace di atti di violenza fisica, cosa che andava contro l’immagine ripetuta ossessivamente dai media dell’epoca, che presentava il maschio omosessuale come una ‘mammoletta’ incapace di qualsiasi assertività o coraggio fisico”.

Quello che compose il cocktail esplosivo fu quindi una particolare congiunzione storica, geografica e “romantica”, oltre che il primo fine settimana di forte caldo estivo, tutto l’alcol consumato quella prima sera e le persecuzioni continue.

Da un punto di vista storiografico più della morte di Judy Garland per overdose di droga il 22 dello stesso mese e il suo funerale proprio a New York il giorno 27, furono basilari la contemporanea guerra in Vietnam e la nascita di una controcultura che si ribella volontariamente contro i valori di rispettabilità della società del tempo. Inoltre la crescente libertà sessuale sfida l’intolleranza dell’omosessualità.

Geograficamente gli Stati Uniti erano la culla e il modello dei diritti civili moderni e New York City la capitale dei media d’informazione. TV, radio e grandi giornali fanno eco alla rivolta degli omosessuali. Le notizie viaggiano in tutto il mondo molto rapidamente e Stonewall diventa il simbolo di una minoranza invisibile e oppressa che chiede il diritto di godere delle libertà richieste da tutti i cittadini.

Il fattore romantico fu il raggruppamento composto da travestiti (il termine transgender ai tempi non esisteva), ispanici, afroamericani, insieme a giovani bianchi scappati o buttati fuori da casa, che vivevano nelle strade (street queens) e si prostituivano per sopravvivere. Il popolo che frequentava il quartiere e in parte anche il locale. Da reietti senza fissa dimora diventarono un gruppo di eroi senza macchia e senza paura ovvero, a modo loro, una realizzazione del sogno americano.

 

Subito dopo le proteste la vita proseguì normalmente, e “il bar Stonewall sopravvisse solo poche settimane agli eventi sopra descritti. Il fatto che il suo nome fosse finito su tutti i giornali lo rese un luogo ‘poco raccomandabile’ per gli omosessuali non dichiarati. Già a ottobre l’edificio esponeva il cartello ‘affittasi’”.

Diventò un bagel shop (dove si vendeva un panino a forma di ciambella), poi un ristorante cinese e fu anche un deposito bagagli. Più di 25 anni fa si rinnovò in ristorante gay e poi tornò a essere nuovamente un bar. Adesso è un Historic Landmark, una pietra miliare storica nazionale, con la memoria tinta di arcobaleno e un po’ commercializzata. Dal 2018 è un United States National Monument.

 

In contemporanea “già con gli scontri ancora in corso alcuni partecipanti indissero un’assemblea per discutere dall’accaduto, innescando una serie d’eventi che sarebbero culminati nella fondazione del Gay Liberation Front (GLF), gruppo d’ispirazione rivoluzionaria e marxista, che per queste sue radici decise di rompere platealmente col preesistente movimento omofilo presente a New York con la ‘Mattachine Society’. Il movimento omofilo fu dal GLF giudicato troppo arrendevole e troppo compromesso con la società borghese e capitalistica.

Questa frattura fu simboleggiata dalla scelta di usare la parola ‘gay’ nel nome: se il termine ‘omofilo’ era stato scelto perché più accettabile di ‘omosessuale’, non contenendo una diretta menzione di un argomento tabù come il sesso, ‘gay’ era al contrario un termine preso direttamente dal gergo degli omosessuali, quindi ‘non rispettabile’ (tanto che molti periodici avrebbero ostentatamente rifiutato d’utilizzarlo per molti anni ancora). Il GLF intendeva collocarsi all’interno delle lotte rivoluzionarie, accanto alle Pantere Nere, contro la guerra del Vietnam, e per l’abbattimento della società capitalistica.

Il ‘momento magico’ del GLF durò neppure sei mesi, cioè fino a che subì il 21 dicembre dello stesso anno la scissione della Gay Activist Alliance (GAA), intenzionata a lavorare nelle e con le istituzioni e a essere un movimento single-issue, ossia che intendeva concentrarsi sulla sola tematica che oggi è chiamata ‘LGBT’”.

Pur diventando l’unico momento della storia LGBT famoso a livello internazionale, Stonewall fu un seme che in realtà avrebbe germogliato lentamente e solo negli anni successivi e in diverse direzioni, tra cui locali e momenti di ritrovo e socializzazione gay, lesbici e trans autogestiti, portando poi le spore a livello nazionale e anche oltreoceano, in Gran Bretagna, Francia ecc. In Italia il Fuori! o F.U.O.R.I., acronimo di Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano e prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano, fu fondato nel 1971 a Torino.

 

Dal 1970, anno del primo corteo a New York, si sono celebrati annualmente un numero crescente di pride commemorativi in giro per il mondo libero. Il gay pride è quindi diventato una delle più grandi manifestazioni politiche del pianeta, poiché avviene in quasi contemporanea in più di 300 luoghi nel mondo e ha già portato al cambiamento di legislazioni nazionali modificando tradizioni culturali millenarie.

Si è passati da considerare l’omosessualità come una malattia o un comportamento da condannare a considerare l’omosessualità come un’identità, e dal condannare l’omosessualità a condannare l’omofobia. Sull’identità politica sono state impiantate le richieste di riconoscimento di diritti civili che hanno finalmente portato molte nazioni nelle Americhe, in Europa e in Oceania a conquistare il matrimonio egualitario.

Vi facciamo notare che il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche nel 1945, e Stonewall accadrà 24 anni dopo. La corte suprema degli Stati Uniti concederà il matrimonio egualitario nel 2016, dopo “soli” 47 anni. Nel 2020 lo fa Taiwan, ultima in ordine di tempo ma di primaria importanza in quanto prima nazione in Asia.

 

Stonewall creò una frattura nella (nostra) storia e un giro di boa: catalizzò una crescita esplosiva del movimento gay con la fondazione di centinaia di associazioni per i diritti civili arcobaleno nel mondo, avvicinando migliaia di attivisti e attiviste alle lotte. Iniziò un movimento sociale di massa che portò la vita, la socialità e la sessualità LGBT a un livello di visibilità e di emancipazione mai visti in precedenza. Con un’esposizione maggiore presso i mezzi di comunicazione mainstream (libri, riviste ma anche teatro e cinema) il pubblico generalista ha finalmente potuto conoscere meglio le nostre realtà.

Dopo Stonewall altre persone raccolsero la sfida e passarono il testimone alle generazioni successive pure se con evidenti errori iniziali, tra cui “dimenticare” o quasi cancellare le radici etniche e sociali dei primi rivoltosi, tra cui ci furono anche donne lesbiche, persone transessuali da uomo a donna e persone “non bianche”. Rivoluzionari che sbatterono in faccia alla società eteronormativa che si autoproclama “normale” il disordine, la rabbia, l’esistenza per come si è, e per qualsiasi cosa si voglia essere. In parole “semplici” la nostra “favolosità” declinata a 360 gradi.

Perché continuare a sfilare per le strade delle città grandi o piccole? Perché un gay pride è una celebrazione per rivendicare tutti i diritti civili che sono ancora negati. Perché è anche un modo per mostrare pubblicamente ad altre persone omosessuali e transessuali nascoste, magari ai lati della strada del corteo, che si può essere LGBT e vivere serenamente in maniera visibile.

È un modo per rimarcare a chiunque la libertà per qualunque manifestazione del proprio essere: dalla giacca e cravatta ai tacchi a spillo e boa di struzzo. Sapere di non essere gli unici o le uniche aiuta molto, e anche se qualche “eccesso” può urtare il senso comune va incluso e accettato da noi per primi e prime.

Qualunque gay pride è un modo indiretto per continuare ad aiutare i paesi dove vigono ancora consuetudini restrittive delle libertà personali in campo di orientamento sessuale e/o identità di genere o dove vige persino la pena di morte. È, infine, anche una festa e quindi vale uno spirito di divertimento e di fantasia. Può essere un business, ma i soldi non sono a priori né buoni né cattivi, dipende da come si spendono e per chi.

Se i racconti su quello che successe realmente in quelle notti d’estate a New York di 50 anni fa sono vari, il motore del cambiamento che avvenne si può riassumere con un’unica frase verbale inglese: to answer back, controbattere. Il silenzio degli altri e nostro uccide, quindi restiamo vigili e non temiamo di esprimerci in continuazione. Nessuna libertà può essere data per scontata, mai.