Da un ignorato confine dell’Europa arriva un’opera prima che racconta le vite complesse di cinque giovani persone LGBT alle prese con inattesi o indesiderati giri di boa nelle proprie esistenze. Una scrittura multiforme per un romanzo intriso di un calore umano inequivocabile, ma a volte duro come il ghiaccio.

foto di Aningaaq Rosing Carlsen per Unsplash

 

Considerando la qualità polisemica della parola queer, per cui il significato cambia e si adatta in base al contesto in cui è espressa, Una notte a Nuuk è un romanzo queer in prima battuta nel senso che l’autrice Niviaq Korneliussen va decisamente contro le regole convenzionali della scrittura lineare, e in seconda battuta perché le cinque persone protagoniste sono osservate e raccontate anche in piena crisi del proprio orientamento sessuale o dell’identità di genere.

Il titolo originale HOMO sapienne, inoltre, è un neologismo e gioco di parole con “omosessuale” e “sapiens” però declinato in modo creativo al femminile, dato che in latino è un termine che non ha genere e numero grammaticale distinto: si usa la stessa forma sia per il maschile sia per il femminile e per singolare e plurale.

Nuuk, circa 19000 abitanti, è la capitale della Groenlandia che la Danimarca integrò nel suo regno nel 1953 come territorio semi-autonomo, dopo che per secoli era stata una sua colonia. Questo territorio è di colpo assurto dall’oblio alle cronache planetarie quando Donald Trump rieletto presidente degli Stati Uniti, oltre a lanciare un’indegna campagna politica, e di conseguenza culturale, di odio transfobico, pensò che comprarla come se fosse in vendita al supermercato fosse un’opzione che sua maestà Re Federico X avrebbe trovato plausibile o magari persino allettante.

Il libro è stato scritto e pubblicato per la prima volta in lingua kalaallisut, groenlandese occidentale, nel 2014, poi tradotto dall’autrice in danese e adesso in italiano da Francesca Turri e pubblicato da Iperborea, casa editrice indipendente specializzata in letteratura dell’area nord-europea. Se si parla abitualmente di Europa meridionale, Europa del Nord ed Europa dell’Est, decisamente a nessuno viene in mente che la Groenlandia è estrema Europa dell’Ovest, una galassia culturale per noi distantissima.

Mi scuso se considererete alcune informazioni che seguono come anticipazioni non richieste, ma vi assicuro che una guida sommaria vi permetterà di apprezzare il libro e la sua potenza sin dalla prima lettura. Io, invece, ho affrontato il testo tre volte per riuscire a scrivere una recensione che non si limitasse al riassunto della trama con qualche lusinga e qualche appunto critico snob. Mi sono reso conto che i racconti mi si sono sciolti dentro una goccia alla volta, non per colpa del cambiamento climatico quanto per il talento di chi li ha scritti. Perdonate anche le divagazioni interculturali che ho voluto inserire.

Niviaq Korneliussen – ph. Lucia Fontana

I cinque protagonisti del romanzo sono Fia (eterosessuale fino a che non lo è più); Inuk (fratello di Fia, gay represso che poi si accetta), Arnaq (bisessuale, migliore amica di Inuk, crea casini), Ivinnguaq/Ivik (gender “not” questioning poi transgender, compagna di Sara, cotta di Arnaq), Sara (lesbica, cotta ricambiata di Fia, ex di Ivik). Le età dei personaggi non sono precisate e si può supporre che siano all’inizio dei loro vent’anni, perché Ivik dichiara che ne ha 23. Le loro narrazioni sono intrecciate, una per capitolo con un titolo che si riferisce a una canzone diversa. La playlist è nella pagina che segue il Sommario (mentre il titolo di questo articolo è una citazione di Because the night, scritta da Bruce Springsteen per Patti Smith).

Come nel racconto breve del 1915 Rashômon di Ryûnosuke Akutagawa, ogni persona racconta la parte della storia per lei o per lui importante secondo la sua prospettiva. La narrazione perciò presenta vari salti temporali, e come quando si assembla un puzzle la trama diventa più chiara man mano che ogni partecipante fornisce la propria versione. Si comincia con “Crimson & Clover”, dove Fia parla della sua relazione insoddisfacente e claustrofobica con Peter, che va avanti da tre anni e che la sta facendo cadere in una spirale sempre più deprimente e negativa, al punto che “Dovrei smetterla con il sesso scadente, i miei orgasmi simulati sono sempre meno credibili. Ma facciamo ancora dei progetti”.

Lui la ama mentre lei non ama più lui, ed è annoiata o infastidita da tutto ciò che fa, soprattutto quando la chiama iggu, tesoro. Fia si sente in colpa, perché Peter è un gentiluomo che se gli passa davanti un’altra con un bel culo lui nemmeno la guarda. La sua vita cambia quando, dopo aver interrotto la relazione, incontra la bella Sara in un bar di Nuuk e prova un’attrazione mai vissuta prima…

Niviaq Korneliussen – ph. Angu Motzfeldt

La Groenlandia con i suoi i paesaggi grandiosi e deserti deve essere un luogo straordinario da visitare come turista, ma considerando che è considerata la regione a più alto tasso di suicidi del mondo personalmente dubito fortemente che mi ci trasferirei di mia spontanea iniziativa. Per i cinque, infatti, nell’insieme la Groenlandia è: un grande villaggio dove tutti si conoscono; una società che lotta per stabilire una propria identità indipendente; norme sociali costrittive; opportunità limitate; genitori alcolizzati e violenti; noia, rabbia e depressione con spinta a togliersi la vita…

Diventa allora più facile capire la frustrazione di questi personaggi immaginari ma tremendamente vividi nella penna “queer” dell’autrice, che spazia dal flusso di coscienza alla scrittura epistolare, dal diario intimo alla grafica dei messaggini di testo, il tutto intercalato da una marea di hastag. La Korneliussen riesce anche a trasmettere il peso del colonialismo e il senso di inadeguatezza che esso in maniera tossica perpetra verso i popoli e le culture colonizzate che guarda dall’alto verso il basso.

Mi sono ricordato a questo proposito del personaggio di Smilla Qaavigaaq Jaspersen, protagonsita del fantathriller Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg. Madre inuit groenlandese e padre ricco e celebra medico danese, lei a Copenhagen è discriminata perché mezzosangue. Questo capita anche in Giappone, dove i figli di coppie miste nipponiche e straniere sono chiamati hâfu, dall’inglese half (metà), e sono considerati una minoranza etnica nella società del Sol Levante.

Il termine può avere connotazioni negative e molti di loro subiscono pregiudizi e affrontano sfide per la loro identità, tra cui l’essere trattati come stranieri anche se sono cittadini giapponesi. Anche la maggior parte del gruppo si sente in qualche modo estranea/strana, e in molti casi ciò è dovuto anche dalla soppressione di una parte della propria identità. Non basta a Inuk fuggire dalla prigione che è questa isola, la più grande del mondo e che si trova tra l’oceano Atlantico e l’oceano Artico, la cui superficie è ricoperta prevalentemente di ghiaccio con la maggior parte dell’esigua popolazione che vive lungo la costa. Infatti…

“La Groenlandia non è casa mia. I groenlandesi mi fanno pena, mi vergogno di essere groenlandese. Ma sono groenlandese. Non riesco a ridere insieme ai danesi, non penso siano divertenti. Non riesco a fare conversazione coi danesi, non mi sembra interessante. (…) Non sono danese. Non posso vivere in Danimarca. La Danimarca non è il mio paese.

Dov’è casa?

Se la Groenlandia non è casa mia, se questo posto non è casa mia, dov’è casa mia?”

Questa domanda moltissime persone LGBT ovunque nel pianeta se la sono fatta almeno una volta nella vita se non addirittura a più riprese, e per ognuna di esse la risposta non è mai univoca. Direi che forse esiste almeno un filo rosso che unisce le esperienze ovvero la costruzione di una “famiglia queer” d’elezione, spesso in un altro luogo che si decide di chiamare casa rispetto a dove sono avvenute la propria nascita e/o la propria crescita.

È vero che il loro è un mondo cupo, duro e confuso però loro lo combattono con determinazione e anche con una certa dose di umorismo. L’oppressione, in fondo, può diventare una fonte di creatività inaudita per combatterla o conviverci, e reattività e proattività contro il sistema sono qualità che le comunità arcobaleno hanno espresso da quando esistono ovunque, anche in maniera autoctona perché non tutto il mondo è paese.

Nelle zone più a nord della Groenlandia durante l’inverno si verifica la notte polare, in cui il sole non sorge anche per diversi mesi. Per fortuna in questa notte a Nuuk non tutto è nero pece bensì c’è della speranza sia nella storia complessiva che nella maggior parte dei singoli archi narrativi (e secondo me “Stay” che parla di Ivik è il più bello). Lo stile narrativo di Niviaq Korneliussen è fuori dagli schemi e a tratti complesso da seguire, ma vale assolutamente la pena affrontarlo.

Come consiglio di ascoltare e leggere i testi delle canzoni a cui si si riferisce ogni storia/capitolo, per godere di una lettura “multimediale” ancora più immersiva. Qui i miei riferimenti vanno alle prime produzioni letterarie di Haruki Murakami e di Banana Yoshimoto (e chissà se l’autrice sarebbe d’accordo con i miei collegamenti interculturali).

Relazioni e amicizie, sesso e sessualità, crescere che può implicare dolore. Perdonarsi e perdonare, elaborare i traumi per conviverci e superarli, trovare il coraggio di andare avanti tagliando ponti o rami ormai secchi… Impossibile non ritrovarsi in temi così universali. Non direi che questa favola abbia una morale, ma volendo trovarne una potrebbe essere che nei momenti più cupi della vita, che capitano a chiunque, è utile rammentarsi che non esiste notte così lunga da impedire al sole di rinascere.