Un libro scritto da una ricercatrice lesbica francese, che non è del tutto né un saggio né un romanzo né un racconto autobiografico, offre spunti di riflessione interessanti sulla questione se la liberazione LGBT passa soltanto attraverso il riconoscimento politico dei nostri diritti o anche dalla possibilità di costruire e vedere riconosciuti modi diversi di viversi e di stare insieme.
Illustrazione di Mila Okta Safitri per Unsplash
Quando l’ufficio stampa di Iperborea, dopo aver recensito Una notte a Nuuk di Niviaq Korneliussen, mi ha contatto per propormi il libro di Hélène Giannecchini Un desiderio smisurato di amicizia, ho accettato a occhi chiusi, senza immaginare che mi sarei impantanato in uno stagno dal quale ho decisamente fatto fatica a uscire. Questo articolo, infatti, esce con notevole (e colpevole) ritardo, perché in prima lettura il suo testo non mi piacque per niente e lo misi da parte. Nel frattempo ho accumulato informazioni utili che potrete leggere di seguito, che mi hanno stimolato a riprenderlo in mano per presentarlo.
Pur nella sua mancanza di linearità tra un capitolo e l’altro sarebbe sbrigativo definirlo “senza capo né coda”, e a grandi linee sono tre i fili conduttori presenti. Il principale è l’amicizia come legame alternativo e possibile modello organizzativo sociale, da considerare valido quanto quelli legali di coppia o di famiglia istituzionalizzata. Il titolo del libro è una frase di Jacob Israël de Haan presente nell’Homomonument, il primo memoriale al mondo a commemorazione di tutte le persone LGBT perseguitate e uccise, che si trova nel centro di Amsterdam, ma vi rimando alla sua lettura per saperne i dettagli.

A seguire c’è l’importanza della memoria LGBT, della sua conservazione e della sua trasmissione. La memoria dominante, quella tramandata da uomini bianchi ed eterosessuali, infatti, ha sempre fatto e fa ancora di tutto per cancellarci. Breve storia delle donne queer di Kirsty Loehr, pubblicato dalla casa editrice Le Plurali, tratta proprio di questo e ribalta anche con ironia molte circostanze. Anch’io sono un convinto sostenitore del fatto che la vasta cultura che abbiamo prodotto e che continuiamo a produrre e la nostra storia sono utili per comprendere pienamente la propria identità individuale.
Infine c’è il potere dell’immaginazione per rievocare vite di donne e uomini omosessuali di cui sono rimaste pochissime tracce, spesso solo una fotografia, come nei due volumi LOVING e LOVING II editi da 5 Continents Editions. Hélène Giannacchini ne inserisce varie di queste foto storiche e molto (fin troppo) ci fantastica sopra. Lo fa però anche per dimostrare, e pure in questo io condivido appieno il suo pensiero, che tutte e tutti loro sono “congiunte e congiunti LGBT” a cui non ci lega una linea genealogica di sangue però con cui condividiamo un “DNA” nella linea del tempo, un senso di allargata “famiglia arcobaleno” in cui riconoscersi di appartenere, e dove è possibile trovare anche somiglianze, affinità, ereditarietà tra loro e noi.

Helene Giannecchini – ph. Benedicte Roscot
Hélène Giannecchini, infatti, insiste molto sul concetto di kinship. “Gli anglosassoni usano la parola kinship, che ho difficoltà a tradurre. Il dizionario indica ‘parentela’, ma non tiene conto dell’uso: kinship è usata in inglese molto più spesso di ‘parentela’, che è un termine antropologico. Kinship si riferisce ai legami familiari ma non solo comprende anche i legami affettivi, le alleanze”. In un editoriale pubblicato sulla rivista TÊTU, invece, ho scoperto che in francese c’è il termine ambigenere adelphe. L’“adelfità” deriva dal greco antico adelph-, radice comune a ádelfós, “fratello”, e ádelfé, “sorella”. Quindi essere adelphes significa riconoscersi come membri di una stessa “famiglia d’elezione”, nel nostro caso quella LGBT (in italiano la parola adelfo si usa solo in botanica o in medicina, N.d.A.).
E come in ogni famiglia che si rispetta e litiga, la nostra storia è piena di punti di vista e di azioni contrastanti. “(…) Dovevamo cercare il nostro posto nella società o trasformarla? Rivendicare il matrimonio o contestare la famiglia come istituzione? Di fronte all’AIDS, negoziare con le autorità pubbliche od opporre loro uno scontro diretto? Queste opposizioni, a volte violente, hanno strutturato i nostri movimenti, spostato i confini e fatto evolvere le nostre lotte. Sarebbe quindi vano esigere l’unanimità in nome dell’unità. Essere adelphes non significa tacere le nostre divergenze né creare l’unanimità. Significa riconoscere un legame sufficientemente forte da consentire il conflitto, la contraddizione, persino la rabbia, senza trasformare ogni disaccordo in un processo di scomunica (…)”. In sintesi abbiamo bisogno le une e gli uni delle altre e degli altri per proseguire la nostra “discendenza”.

Il libro parla anche molto di AIDS, di quello che ha rappresentato e che ha comportato questa pandemia nella nostra storia comunitaria, tra cui il ruolo fondamentale che hanno avuto le donne lesbiche nel prendersi cura degli uomini gay ammalati e abbandonati dalle loro famiglie. Le nostre libertà non hanno radici solo nei moti di Stonewall (di cui Héléne Giannecchini scrive a pagina 18 che “furono guidati da donne trans” e questo è un falso storico comprovato), bensì sono molto più profonde e diramate. Bisogna difenderle ed estenderle anche per i nostri le nostre adelphes LGBT a venire.
Il volume contiene molti eventi autobiografici dell’autrice, che le forniscono gli spunti per sparpagliare alla rinfusa le varie tracce tra le pagine. Paradossalmente, per capirne meglio il senso complessivo, il volume andrebbe letto dal penultimo capitolo intitolato “Come vivere insieme?”, dove è spiegato il concetto di “idiorritmia”. Prima di arrivarci però cito a esempio di non linearità la pagina 33, dove lei esalta la figura di Saint-Just.
Louis Antoine Léon de Saint-Just era soprannominato “Arcangelo della Rivoluzione” o “Arcangelo del Terrore”, perché mandò alla ghigliottina molti oppositori negli anni che seguirono alla Presa della Bastiglia avvenuta a Parigi il 24 luglio 1789. L’autrice lo nomina per un suo libro del 1794 dal titolo Rendre le peuple heureux (rendere il popolo felice, tradotto in italiano con “Sull’amicizia”), in cui egli cerca di conferire all’amicizia un rapporto legale come la filiazione o il matrimonio. Qui Hélène Giannecchini inizia uno dei suoi numerosi voli pindarici a zig-zag, come fa con le foto di persone LGBT sconosciute che trova negli archivi LGBT che visita per le sue ricerche. Chiediamoci senza remore: “Chi conosce in dettaglio la storia della Rivoluzione francese?”

Rei Asaka
Per caso, invece, vi si è accesa una lampadina in testa e avete pensato a Lady Oscar?… State andando vicino a dove vi voglio portare. Riyoko Ikeda, l’autrice del manga originale Berusayu no bara (La rosa di Versailles), tra il 1974 e il 1975 pubblicò il fumetto Oniisama e…, tradotto in italiano con il titolo Caro Fratello e pubblicato nel 1995 dalla Star Comics. Questo breve manga fu poi trasposto in una serie animata televisiva di 39 episodi (molto più inquietante!) che trovate su YouTube in lingua originale con i sottotitoli in inglese.
Uno dei personaggi è Rei Asaka, soprannominata “Saint-Just” per la sua algida e bionda bellezza. Cito da Wikipedia, Rei Asaka è “conosciuta per l’indifferenza che nutre nei confronti degli schemi sociali, dell’etichetta e per i suoi molteplici talenti artistici. Incredibilmente fedele e devota alle persone che ama, la sua vita è stata profondamente segnata dal suo incondizionato amore per Fukiko Ichinomiya, che ha portato Rei a diventare autodistruttiva e dipendente da droghe e farmaci”. Un lesbodramma con i controfiocchi! Come il Saint-Just storico anche Rei morirà giovane e in modo violento…
Torno serio e adesso vi chiarisco (com’è spiegato nel libro) che l’idiorritmia è parte del vocabolario dei monasteri religiosi, dove un monaco o una monaca può avere una vita individuale all’interno di un’organizzazione collettiva alquanto rigida. In un contesto non religioso l’idiorritmia diventa “il ‘vivere insieme’ di gruppi molto ristretti nei quali la coabitazione non escluda la libertà individuale”. Hélène Giustacchini aspira a questo modello di vita in amicizia, con condivisione di spazi uguali e momenti sia comuni sia privati, e racconta che nelle pieghe recondite della nostra storia questo sia già avvenuto moltissime volte, con forme e formule varie e variegate, a due o più presenze, per periodi lunghi o brevi. Comunque in totale assenza di un riconoscimento legale di protezione di chi ci apparteneva o di chi anche ora appartiene a gruppi in “relazioni non convenzionali”.

Clémence Guetté, deputata di La France insoumise (letteralmente “La Francia indomita”, movimento politico di sinistra e sinistra radicale) e vice-presidente dell’Assemblée nationale, la camera bassa del parlamento francese, ha pubblicato ad agosto il suo primo saggio dal titolo Pour une politique de l’amitié (Per una politica dell’amicizia), in cui getta le basi per un modo completamente diverso di concepire la società, riconoscendo il ruolo degli amici e delle amiche nelle nostre vite. Con i nostri amici ci aiutiamo a vicenda, ci prendiamo cura gli uni degli altri, spesso percorriamo insieme lo stesso cammino per decenni, ma le nostre amicizie sono prive di diritti e fino all’arrivo delle unioni civili e del matrimonio egualitario eravamo solo “amici” o “amiche” e le famiglie biologiche mantenevano su di noi un potere totale in caso di malattia e ricovero in ospedale o di morte e di asse ereditario, anche se magari ce n’eravamo allontanati o ci avevano allontanato loro.
Riporto adesso una citazione presente a pagina 186. “Nel maggio 1981, Michel Foucault (filosofo, sociologo e storico gay, N.d.A.) rilascia un’intervista alla rivista francese Gai Pied, ‘Dell’amicizia come modo di vita’, spiegando che l’omosessualità non è tanto un’identità quanto una possibilità di inventare relazioni e diversi stili di vita”. Un’enorme libertà di azione che ha il sapore del privilegio rispetto alle esistenze “normali” delle persone eterosessuali, soprattutto nel momento in cui si riesce a smettere di farsi condizionare da leggi, tradizioni e consuetudini (sessiste) che ci imbrigliano da quando nasciamo.

Altropride a Milano
Deviare dai percorsi precostituiti e bloccare le strategie di normalizzazione però non pertiene solo all’amicizia. È sempre più visibile il poliamore: la coppia è riconosciuta ma la “troppia” costituita da tre persone, in inglese throuple, giuridicamente non lo è. E ci sono le istanze delle persone asessuali e/o aromantiche che portano avanti proposte queer nel significato di andare contro regole stabilite. Rimando a questo articolo pubblicato da Gay.it in occasione del primo Altropride organizzato dalla comunità “Aspec” (A-spectrum) a Milano per richiamare l’attenzione sulle discriminazioni che queste comunità affrontano e sulla necessità di maggiori tutele anche per chi costruisce la propria vita al di fuori della coppia romantica e della famiglia tradizionale. Rivendicano uno ius voluntatis, ovvero il riconoscimento dei legami familiari sulla base della libera scelta delle persone.
Quindi oltre a quanto già descrive di Hélène Giannecchini, le possibilità di immaginarsi in forme di convivenza sociale e di reti di cura alternative senza togliere nulla a chicchessia sono svariate. Anche se in questo momento tra chi governa il pianeta ci sono molti che erodono gli spazi di libertà che abbiamo con fatica conquistato, riuscendoci anche, come fa capire questo libro la storia LGBT creata da chi ci ha preceduto dà una lezione da tenere sempre in mente: soprattutto se siamo adelphes siamo capaci di cambiare in meglio il mondo e continueremo a farlo.
