È stata insignita del titolo di “Queen of Comedy” dal Festival Mix di cinema gaylesbico e queer culture di Milano, e torna in scena con una pièce scritta e diretta da Cristina Comencini: Iaia Forte ha attraversato nella sua fortunata carriera schermo e palcoscenico, diretta da grandi registi che ne hanno esaltato talento e personalità attraverso personaggi volti a affermare e salvaguardare le proprie diversità.

 

È diventata un’icona gay grazie ai film di Pappi Corsicato (da Libera, ai Buchi neri e Chimera), ma al cinema è stata diretta anche da Paolo Sorrentino (La grande bellezza e Loro), Vincenzo Salemme, Valeria Golino e Mario Martone (Il giovane favoloso).

Dopo il debutto in palcoscenico sotto l’egida di Leo De Bernardinis, proprio con Martone e la compagnia Teatri Uniti, Iaia ha dato l’avvio alla sua carriera parallela, continuata con la guida di maestri come Ronconi, Cecchi e Tiezzi. Negli ultimi anni ha trasposto sulla scena un romanzo di Sorrentino, Hanno tutti ragione, di cui ha curato anche la regia, vestendo i panni di Tony Pagoda, cantante neomelodico napoletano e personaggio politicamente scorretto che lei ha interpretato en travesti, a cui, dato il grande successo, hanno fatto seguito Tony 2, Pagoda 1 e Ritorno in Italia.

Questa settimana e fino al 24 febbraio la ritroviamo a Milano, dove al teatro Manzoni è protagonista, accanto a Maurizio Micheli, subentrato al compianto Enrico Fantastichini, di Tempi nuovi, una commedia scritta e diretta da Cristina Comencini, in cui è la giornalista Sabina, moglie di Giuseppe e madre di Antonio e Clementina.

Per non rischiare di essere licenziata dal giornale dove lavora, ha seguito un corso di aggiornamento sull’informatica e i mezzi telematici: va molto fiera di questa competenza acquisita che la fa sentire “moderna”, come ripete al marito. Lo sarà anche quando la figlia, che i genitori credevano felicemente fidanzata con Davide, le darà una notizia che metterà a dura prova gli equilibri familiari?

Abbiamo incontrato Iaia in occasione del premio Queen of Comedy che le ha conferito il Festival Mix 2018 per parlare con lei di questo ambito riconoscimento e dei suoi progetti futuri.

Che emozioni hai provato sul palco del teatro Strehler?

È un premio che mi rende orgogliosa e mi mette allegria: penso mi sia stato dato non solo per meriti artistici ma perché mi viene riconosciuto quello che nella vita ho sempre cercato e difeso, cioè la libertà di affermare se stessi fino in fondo.

Pensiamo siano molti i tuoi legami con la comunità LGBT…

Ho lavorato solo con registi gay, salvo pochissime eccezioni! Quando mi hanno chiesto se fossi mai stata molestata, ho risposto che avrei voluto molestare io, ma non c’era materia… I registi gay sono quelli che hanno saputo maggiormente esaltare la mia specificità d’attrice: le cose più belle le ho fatte con loro.

Parliamo allora del tuo esordio al cinema con Corsicato.

Libera è stato il mio primo film e Pappi mi ha regalato personaggi davvero atipici per gli standard del cinema di quegli anni, facendomi però anche fare cose incredibili, come nei Buchi neri, dove mi usciva del fumo dalla vagina… Nei giorni che arrivava nelle sale stavo lavorando in teatro a Napoli e il barista che mi conosceva mi salutò con un: “Uèè, vaporella!”

Quello di Libera è forse il personaggio a cui mi sento più legata e che più mi rappresenta per come ho sempre protetto la diversità di cui è fatta la mia materia artistica. Corsicato mi ha permesso di interpretare personaggi dove questa eccentricità poteva emergere: un discorso che non riguarda solo me come attrice, ma che spazia nella problematica femminile. In un paese dove al cinema le donne sono spesso raccontate attraverso dei cliché, si faceva strada l’idea di un universo più composito, in cui sono presenti eccentricità, sbilencità e sprofondi e si mostrava l’esistenza di modelli non conformi.

Tre registi, Martone, Sorrentino e Golino: come ti sei rapportata a loro, e che modalità professionali si sono instaurate?

Martone è un compagno storico dai tempi di Teatri Uniti: mi ha insegnato quanto il nostro lavoro sia un’arte comunitaria e non solitaria. Sorrentino è un uomo rinascimentale e lo ammiro: sa fare tutto, la pizza, giocare a calcio, scrivere divinamente. È stato così generoso da permettermi di fare un’operazione ardita, come interpretare Tony Pagoda. Valeria è una delle mie più care amiche: sono stata nel suo primo corto, poi in Mielee sono un po’ il suo portafortuna. Come me è una donna di struttura maschile e da attrice sa anche dirigere bene gli attori.

Approfondiamo l’incontro con Pagoda: com’è nato?

Quando Paolo vinse il premio Fiesole per il libro, mi propose di accompagnarlo per leggerne dei brani alla cerimonia: ho capito subito che funzionava benissimo e gli chiesi il permesso di farlo a teatro. Se le vie del Signore sono infinite, perché quelle del teatro no? Così come faccio un’assassina perché non posso fare un uomo? Ho sempre detestato le chiusure borghesi o le limitazioni: il teatro è uno spazio naturalistico in cui si può essere qualunque cosa.

Tony è un personaggio che affermando la sua ipermaschilità, in realtà tradisce un’anima femminile sperduta e sbandata con tante cose che mi parlavano. Oltre alle ottime critiche mi ha dato grandi soddisfazioni e ha girato il mondo, compresi Broadway e Londra, cosa che mi ha reso felice. La sua fortuna all’estero penso sia dovuta all’eccentricità e simpatia: riconosci in lui e perdoni in te le derive che ci appartengono.

Che ricordi hai del lavoro fatto con Ronconi e Cecchi?

Di Luca ho ancora con me delle nostre foto insieme: non dimentico la sua grande intelligenza e ironia. Venivo da esperienze assai diverse con registi come Cecchi e Servillo che lasciano all’attore molta libertà creativa, quindi rimanevo sorpresa da una struttura registica così raffinata. Ronconi mi ha fatto capire le infinite possibilità che si aprono col cedere a un ingegno superiore e mettersi in ascolto. È stato un grande incontro, il passaggio verso un’età adulta: ho scoperto la potenza della maschera, quanto essa potesse rivelare di me a me stessa.

Con Cecchi ho fatto sette spettacoli. È stato un incontro fondamentale: mi ha fatto leggere Proust e aiutato a trovare non solo una dimensione teatrale potente ma anche una intellettuale ed esistenziale. Mi ha insegnato che un grande maestro è colui che ti svezza, imponendomi l’autonomia che mi ha consentito di approdare alla regia ed è stato quello che più profondamente mi ha insegnato quanto sia fondamentale proteggere e dar voce alle proprie diversità, una delle ragioni per cui ho ricevuto il premio dal Mix.

Finiamo con i tuoi prossimi impegni.

Riprendo la commedia della Comencini in cui faccio il personaggio più “esotico” della mia carriera: una moglie borghese! Poi al cinema è uscito La prima pietra diretto da Rolando Ravello e mi aspetta un film di un esordiente che ha solo 28 anni. Ancora a teatro un musical con la regia di Paola Rota: saremo cinque donne che interpretano maschi e femmine, infine un sogno che si avvera. Farò uno spettacolo solo di danza con un coreografo francese: da sempre adoro cantare e ballare e finalmente darò voce a questa passione.