Umberto Bindi fu un apprezzatissimo cantautore la cui carriera musicale fu stroncata dopo la sua partecipazione al Festival di Sanremo del 1961 per colpa dell’omofobia dell’epoca. Un libro ripercorre la sua storia analizzando anche i riferimenti al mondo LGBT presenti nella musica pop italiana fino al coming out di Tiziano Ferro.

 

Considerando che le giovani generazioni hanno scoperto il capolavoro di Kate Bush Running Up That Hill (A Deal With God) del 1985 solo grazie alla quarta stagione di Stranger Things, serie TV disponibile in streaming su Netflix, per introdurre un cantante italiano famoso negli anni Sessanta ci si può permettere di scomodare Alessandro Manzoni e di parafrasare una delle frasi più celebri presenti in I promessi sposi, “Umberto Bindi chi era costui?”.

Nell’attuale presente, dove anche i 15 minuti di celebrità per chiunque profetizzati da Andy Warhol soccombono davanti alla velocità imposta da Instagram e soprattutto TikTok, il passato prossimo e ancor più quello remoto si sbriciolano, diventando polvere che si sperde nel vento della memoria collettiva che fu. Non vergognatevi se non conoscete o non avete mai ascoltato Il nostro concerto, Il mio mondo o La musica è finita

Umberto Bindi fu il cantautore genovese capostipite della scuola che vedrà tra i suoi più prestigiosi discepoli Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De André. È quest’ultimo che oggi forse mantiene più influenza, considerando che nella serata delle cover al Festival di Sanremo 2023 Madame ha cantato in duetto con Izi Via del campo. Bindi però fu anche un involontario martire nella guerra per la conquista dei diritti civili LGBT in Italia, un “milite ignoto” la cui carriera musicale fu uccisa dall’ignorante omofobia del suo tempo.

Il bandolo della matassa che ci porta al libro L’anello di Bindi – Canzoni e cultura omosessuale in Italia dal 1960 a oggi di Ferdinando Molteni (pag. 216, 23 euro, ed. VoloLibero) è il Festival di Sanremo del 1961, in cui Mina cantò Le mille bolle blu. Per scoprire l’intera cronaca di quanto accadde vi rimando al coinvolgente, quanto sconvolgente, dettagliatissimo racconto dell’autore che scrive “(…) non si era mai nascosto più di tanto. [che fosse omosessuale] Lo sapevano i colleghi e lo sapevano i giornali”. Quello che Bindi definisce “la sua sincerità” sarà vista come sfacciata ostentazione nel tempio pagano della musica leggera, e il sacrilegio non gli sarà perdonato.

L’artista, che è considerato un grande compositore, è al debutto sul palco della città dei fiori, dove interpreta Non mi dire chi sei. All’anulare della mano destra porta un anello d’oro con incastonato uno splendente solitario, gioiello che sarà come la palla di neve che rotolando a valle diventa una valanga che lo travolgerà inesorabilmente.

Oggi la chiameremmo visibilità, che è stata e resta la fondamentale pietra angolare su cui abbiamo costruito le nostre lotte e scardinato secoli di oppressione, soprattutto a partire dalle rivolte di Stonewall del 1969. Bindi diventa prima del tempo un involontario e inconsapevole militante gay. Come cantante, infatti, diventerà un reietto e la sua carriera precipiterà all’inferno spinta dai media che influenzeranno il pubblico fino al rifiuto nei suoi confronti. Estrapolo una citazione dal testo che rende l’idea, “Agli inizi degli anni Sessanta, essere omosessuali era peggio che essere comunisti!”.

Come ben sintetizza Paolo Rumi nella prefazione, “Certo bisogna ricordare oggi com’era vivere nei Sessanta e inizio Settanta. C’era tanto lavoro, anzi il lavoro l’unica cosa importante nella vita per avere il rispetto degli altri. Si lavorava anche il sabato, non c’erano ancora tv, telefono o lavatrice in tutte le case. C’era emigrazione verso le grandi città (…) Sud incontrava nord, olio incontrava burro, la pizza si affiancava a polenta e risotto, alla carne si aggiungeva il pesce. (…) Il servizio militare obbligatorio faceva conoscere a molti maschi l’amore fisico attraverso il corpo di un uomo che poi non avrebbero più visto per tutta la vita, molti prendevano la scusa dei pochi soldi per accettare avance fuori dalla caserma. A Trapani se ‘mettevi sotto’ un maschio, eri ‘maschio doppio’, a Bergamo certe cose non si nominavano neanche. (…)”.

L’introduzione e la prima parte del libro descrivono il carattere e le vicissitudini umane di Umberto Bindi fino alla sua morte avvenuta nel 2002. Una raffinata ed esauriente analisi musicale della sua produzione è presente e prosegue anche nella seconda parte del libro. Molteni, inoltre, trascrive e commenta i testi di molte canzoni, e grazie a una meticolosa ricerca d’archivio riporta sia interviste rilasciate da Bindi sia le parole di chi ne ha rievocato la figura per averlo conosciuto direttamente.

Il prezzo che alla fine pagò risulta esorbitante, purtroppo anche per scelte di vita decisamente non oculate. Bindi, infatti, afferma: “Io sono solo un cantante, autore abbastanza famoso che è rimasto senza soldi e senza salute. Senza soldi sicuramente per colpa mia. Perché sono una cicala, non una formica.”

Essendo Molteni dell’altra sponda, quella eterosessuale, la capacità di fare un’analisi a tutto tondo di Umberto Bindi persona omosessuale risulta poco valida. La cultura LGBT rappresenta il punto debole di questa impressionante ricerca sulla presenza arcobaleno nella musica pop italiana. A mio personale avviso questo si rivela nella seconda parte del libro, dove quanto riguarda la nostra narrazione è spesso sbagliato o fuori fuoco.

Fare le pulci a ogni singolo capitolo avrebbe fatto diventare la recensione un’indagine per la Santa inquisizione e non avrebbe avuto senso. Comunque alcune note sono doverose, perché il confine tra apprezzamento culturale e appropriazione culturale è labile e talvolta tra le pagine è proprio attraversato più volte.

Iniziamo con “Il ragazzo scrive su ‘Lambda’, rivista vicina al movimento omosessuale” a pagina 143, mentre “Lambda è stato un periodico del movimento di liberazione gay italiano. Il nome deriva dalla lettera greca ‘lambda’ (iniziale del verbo greco lùein: ‘sciogliere’, ‘liberare’), scelta dai movimenti di liberazione omosessuale degli anni Settanta come proprio simbolo prima del triangolo rosa” (fonte Wikipink).

Altro errore con la struggente Pierre dei Pooh dall’album Poohlover del 1976, perché la canzone parla di una donna transgender (ai tempi erano chiamati “travestiti”) e non “ripropone, almeno in parte lo stereotipo del gay fragile e triste, condannato dalla sua condizione a una vita infelice”.

Armatevi quindi di tanta (o santa) pazienza e accompagnate la lettura con ricerche su YouTube, per ascoltare o riascoltare le canzoni prese in considerazione. Come noi scoprirete autentici gioielli come per esempio il disco a soggetto Il vestito rosa del mio amico Piero del 1973 scritto da Gian Pieretti per i testi e da Ricky Gianco con la collaborazione di Tino Nicorelli per le musiche.

Considerando che “Le canzoni italiane a tema omosessuale sono, si diceva, sempre di più. Nel solo 1979 saranno quasi un centinaio”, è comprensibile che l’autore abbia operato delle scelte però abbiamo degli esempi di cui non capiamo l’assenza.

Ad Alfredo Cohen è dedicato un capitolo senza traccia di Valery (scritta nel 1979 insieme a Franco Battiato e Giusto Pio), dedicata a Valérie Taccarelli, attivista trans del bolognese “Circolo di cultura omosessuale 28 giugno”, il futuro Cassero, che nel 1982 diventerà Alexanderplatz, uno dei cavalli di battaglia interpretati da Milva. Enrico Ruggeri è citato perché canta con Elio e le Storie Tese in Il vitello dai piedi di balsa (a voi la sorpresa di scoprire perché questa canzone è presente), mentre la sua Trans dall’album Peter Pan del 1991 non entra nel radar.

Tornando indietro al 1962 secondo noi è imprescindibile segnalare Balletti Verdi del gruppo I Peos, lato B del 45 giri Mazzarino, che Molteni forse non sa cosa siano malgrado siano presenti nel testo di Il candidato di Andrea Tich dall’album Masturbati del 1978 come trascritto a pagina 140: (…) questa sera amici devono venire / e balletti verdi e danze sfrenate, / questa notte faremo (…).

Balletti verdi” è il nome con cui fu battezzato nel 1960 uno tra i più grandi scandali legati al mondo gay nella storia italiana avvenuto a Brescia. 182 omosessuali furono interrogati dalla magistratura per induzione alla prostituzione e pur essendo innocenti ebbero la vita rovinata. Balletti erano chiamati tutti gli scandali a sfondo sessuale, il verde era considerato il colore degli omosessuali, perché verde era il garofano che portava all’occhiello Oscar Wilde.

I Peos sono degli “autentici poeti”, “Dududududududa / Senza donne non si sta / Dududududududo / Senza donne non ci sto / Ma ci son dei tipi che / Senza donne stan perché / Si divertono di più / Quando ballano in tutù / Balletti di verde dipinti / Li fanno dei tipi convinti / Che star con le donne è peccato / Che rischi di esser traviato (…). L’intero testo della canzone lo trovate qui.

Il riferimento ai balletti verdi è criptico e per iniziati. Come spiega l’autore, in moltissime produzioni i sottintesi e le allusioni servono per evitare rischi, censure, ritorsioni. La RAI aveva il monopolio della TV e della radio e la sua influenza poteva arrivare a farsi escludere anche dalla presenza sui rotocalchi.

Altra sconcertante mancanza è la canzone che nel 1984 arrivò in quarta posizione nel concorso Ambrogino d’oro, festival di canzoni per bambini equivalente al super famoso Zecchino d’Oro di Bologna. Cantata e ballata in diretta nazionale alla TV dalla piccola Erika Mannelli, L’elefante gay fu scritta da Gianni Greco, autore eterosessuale, fu interpretata anche da Platinette nel 2005 per il CD PRIDE compilation, ed è un vero inno alla liberazione e all’accettazione di sé.

Il testo non è politicamente corretto al 100% ma, considerando i tempi, merita un applauso a scena aperta per l’operazione mediatica: (…) L’elefante gay non più lui ma lei / gli occhi dolci fa con ambiguità / il vizietto lui ce l’ha / con giudizio altrui ci fa / un gioiello per la sua femminilità (…) Elefante gay / che simpatico che sei”. Qui il video della versione originale come fu trasmessa in diretta su RAI2 dal Palalido di Milano, con Lara Saint Paul che presenta l’esibizione. Puro imperdibile camp!

Per concludere la requisitoria lancio il dubbio che Hey Man di Zucchero dall’album Blue’s (scritta insieme a Gino Paoli) possa essere una canzone omofila, a voi valutare considerando che (…) guardo dentro gli occhi della gente / cosa cerco non so, / forse un uomo / Hey man, / che cammini come me / dall’altra parte della strada / (…) hey fratello di una notte d’estate / ci facciamo un po’, / compagnia? (…) Guardo dentro agli occhi della gente / cosa cerco lo so, / un altro uomo / (…)

Molteni dedica un capitolo a Renato Zero (che nel 1996 riuscirà a far tornare Bindi al Festival di Sanremo insieme ai New Trolls con la canzone Letti, con il beneplacito di Pippo Baudo che ne è il conduttore) e uno a Lucio Dalla. Il mio commento è che non si può obbligare chicchessia a diventare un paladino o una paladina di qualsivoglia causa. Ogni riferimento a Gianna Nannini è voluto…

Nel capitolo su Raffaella Carrà icona gay sfugge che quando fu la presentatrice principale del Festival di Sanremo nel 2001, seconda donna a ricoprire il ruolo dopo Loretta Goggi nel 1986, era in gara nella categoria Nuove Proposte il duo Principe e Socio M. con Targato NA, dove il protagonista della canzone Ciccio (…) dopo 86 concorsi entrò / Arruolato nell’arma dei Carabinieri / Smise col fumo e poi s’innamorò / Di un carabiniere del Basso Treviso (…), e i gay all’ascolto ebbero un sussulto.

L’autore, che ogni tanto si confonde scrivendo “outing”, chiude il cerchio con il coming out pubblico di Tiziano Ferro, che avviene sul numero di Vanity Fair del 13 ottobre 2010. I tempi sono cambiati e grazie a decenni di battaglie mondiali, dove anche canzoni a tema hanno portato il loro lodevole contributo, siamo passati dalla condanna dell’omosessualità alla condanna dell’omofobia. Malgrado le più che comprensibili paure, la sua fama internazionale e le vendite dei dischi non ne risentiranno.

Volenti o nolenti ogni guerra ha i suoi eroi e Umberto Bindi fu colpito dai proiettili della sessuofobia e dell’ipocrisia italiana del “si fa, ma non si dice” come già si cantava nel 1930, qui nella ripresa eseguita da Milly e Achille Millo. Speriamo allora che sopra una nuvola in cielo stia suonando meravigliosa musica su un pianoforte a coda rosa.

 

Nota: questa recensione è basata sulla prima edizione del libro. L’Editore ci ha informato che nella seconda edizione saranno inserite delle correzioni a seguito di quanto abbiamo segnalato.