Arriva nelle sale il penultimo film di François Ozon, liberamente ispirato alla pellicola cult di Rainer Werner Fassbinder Le lacrime amare di Petra von Kant. Il regista ambienta la vicenda non più nel mondo della moda ma in quello del cinema, e cambia il genere ai tre personaggi principali. Storia di passioni, omaggio e anche ritratto obiettivo, talvolta impietoso, del geniale regista tedesco.

 

Solo un grande e geniale regista poteva girare in due settimane un film diventato di culto. Era il 1972 e Rainer Werner Fassbinder dirige Le lacrime amare di Petra von Kant. Nata come pièce teatrale creata dallo stesso artista l’anno prima, vi adombrava una sua tormentata relazione sentimentale calandola nel mondo della moda.

La protagonista Petra è un’affermata stilista che ha alle spalle due matrimoni infelici e vive con la sua assistente Marlene, fedele e innamorata di lei. Presentatale da un’amica, s’invaghisce della giovane e bellissima Karin al punto che la eleva al rango di sua musa e modella favorita.

Inizia così una storia dapprima serena e poi sempre più tormentata, perché Karin, in una sorta di feroce contrappasso, comincia a trattarla con lo stesso sadismo e crudeltà con cui Petra si rapporta alla fedele Marlene che subisce in silenzio. La crisi sopraggiunge quando la ragazza la lascia per un uomo e Petra cade in una profonda depressione: questo stato d’animo la conduce a rivalutare la dedizione di Marlene e decidere di dare una svolta al loro sodalizio.

Cambiano i toni e agli ordini sprezzanti e irrispettosi si sostituiscono gentilezza e affabilità, ma a sorpresa l’assistente, sconvolta per quella che lei ritiene un’inaccettabile debolezza da parte della dominante padrona, fa le valigie e se ne va, portando con sé una bambola con le fattezze di Karin.

Al pari del film anche la versione teatrale riscosse molto successo in Italia. A farla conoscere è stato il Teatro dell’Elfo nel lontano 1988 per la regia di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, con Ida Marinelli che si era benissimo calata nei panni di Petra. L’Elfo l’aveva poi riproposta nel 1997 con un diverso cast a eccezione della protagonista. Ne ricordiamo gli allestimenti più recenti a opera di Antonio Latella nel 2006 e del regista tedesco Martin Kusej nel 2014.

Dopo che nel 2000 François Ozon aveva diretto Come gocce su pietre roventi (vincitore alla Berlinale di un Teddy Award per il miglior film a tematica LGBT), tratto da un’altra pièce di Fassbinder, l’anno scorso sempre a Berlino ha inaugurato il festival portando Peter von Kant, liberamente adattato al quasi omonimo lungometraggio di cui sopra. Non sarebbe stato però nelle corde del regista operare un semplice remake e Ozon, infatti, sposta la vicenda, conservando solo l’ambientazione nella Germania degli anni Settanta, nel mondo del cinema e più radicalmente cambia il genere dei tre personaggi principali dal femminile al maschile.

“Da molto tempo volevo adattare Le lacrime amare di Petra von Kant – afferma Ozon – ma mi intimidiva affrontare un film di culto. Il mio desiderio di confrontarmi con questo classico contemporaneo è stato incoraggiato dall’osservazione del lavoro di registi teatrali contemporanei come Thomas Ostermeier, Krysztof Varlykowski e Christophe Honoré che hanno riadattato testi classici con grande libertà, reinventandoli, dissacrandoli e modernizzandoli.

Ho sempre sospettato che la trama fosse un velato autoritratto centrato attorno a una delle appassionate storie d’amore di Fassbinder: la sua ultima compagna, Juliane Lorenz, ha confermato la mia intuizione. Rainer aveva trasposto la sua infelice relazione con l’attore Günther Kaufmann in quella tra una disegnatrice di moda e la sua modella.”

Ecco allora Petra che diventa Peter, volubile, capriccioso e scorbutico regista cinematografico che vessa e maltratta l’assistente Karl (alter ego di Marlene) il quale, dominato psicologicamente, gli fa da maggiordomo, cuoco e dattilografo, oltre a scrivergli parte delle sceneggiature, sempre muto, obbediente senza un’obiezione né un lamento.

“Il personaggio di Karl è ispirato a Peer Raben – continua Ozon – che ha composto le musiche per i film di Fassbinder e ne era anche l’assistente. Da quel punto in poi il mio approccio alla rivisitazione della sua opera è diventato chiaro: avrei cambiato il personaggio di Petra in un uomo. Questo mi avrebbe permesso di esplorare Fassbinder e me stesso come in uno specchio. La storia è più rilevante che mai nel modo in cui affronta le dinamiche della dominazione, del controllo e della sottomissione nelle arti creative: la relazione musa/pigmalione.”

All’inizio vediamo Peter amareggiato e furente per l’abbandono (anche se lui dichiara di averlo liquidato) dell’amante Franz che, tra i tanti difetti come l’alito pesante, l’ignoranza delle elementari norme del galateo e il cattivo carattere, però lo possedeva “come un toro monta una mucca”. Tenta di esorcizzare la fine della relazione con l’abuso di alcol e cocaina e in più trattando Karl in modo indecente.

Anche la sua carriera si trova in un cono d’ombra e il telefono non annuncia proposte di alto profilo. Un giorno l’amica attrice Sidonie gli presenta Amir, un bellissimo giovane arabo con velleità di attore, di cui lei, nonostante abbia un marito, gode le molte grazie. Scatta immediato il colpo di fulmine e Peter s’innamora all’istante del ragazzo. Con lo scontato pretesto di un provino lo invita di nuovo nel suo sfarzoso appartamento e dopo una cena “elegante” finiscono a letto. Ma non è solo sesso, bensì amore, almeno per Peter. Amir, privo di scrupoli, intuisce che è la sua grande occasione e sta al gioco, spergiurando di ricambiarlo.

Si gira il film con lui protagonista ed è un successo clamoroso. Da quel momento il giovanotto, diventato celebre, comincia a non sopportare più la gelosia del partner, insofferente del suo morboso desiderio di possesso e gli confessa di avere rapporti con altri uomini e donne, imbastendo a sua volta un crudele gioco di potere.

Per Peter, ora vittima, è un duro colpo a cui reagisce malissimo, tanto che Amir lo lascia. Qui comincia la discesa agli inferi del regista. Imbottito di gin tonic e droga, nel giorno del suo compleanno riceve la visita della figlia adolescente Gabrielle, dell’adorata madre e di Sidonie.

Mentre fa letteralmente a pezzi la casa, per tutte ha parole terribili anche se per un verso ne mette a nudo ipocrisie e debolezze. Il fisico già tanto provato dagli eccessi non può che cedere, ma la forte fibra gli risparmia un infarto o un ictus. Sarà la mamma l’unica a placarlo, cantandogli al ninna nanna di quando era fanciullo. All’improvviso arriva però la telefonata di Amir, in partenza per Roma dove lo ha chiamato Zeffirelli per un film, che gli chiede di rivederlo. Peter cederà di nuovo alla fascinazione e alle lusinghe del perduto amore oppure rifiuterà, cercando di preservare la sua dignità?

Ozon, qui sicuramente più coinvolto emotivamente di quanto lo sia stato nell’ultimo suo film, il bell’esercizio di stile Mon Crime, conserva le caratteristiche del dramma da camera e gioca sapientemente con primi piani e scorci d’interni, rendendoci partecipi di uno psicodramma che spesso sfiora il grottesco.

Moltissime sono le citazioni dell’opera fassbinderiana, a cominciare dalla versione tedesca di Each Man Kills The Thing He Loves, parole di Oscar Wilde, in origine cantata da Jeanne Moreau in Querelle e qui da Sidonie in apertura del film, oltre a poster e indizi come il completo bianco con camicia nera indossato da Peter o sua mamma interpretata da Hanna Schygulla, una delle attrici feticcio del grande regista tedesco. Bisogna ammettere che, pur ammirandolo apertamente, non ha certo celato gli aspetti meno eclatanti dell’uomo, mancato e rimpianto a soli 37 anni.  

Un punto di forza, peraltro una costante in Ozon oltre alla selezionatissima colonna sonora, è l’eccelsa prova di un cast benissimo assortito. Denis Ménochet (che abbiamo da poco visto in As Bestas), è molto somigliante a Fassbinder, ed è prevaricatore, arrogante, violento quanto anche fragile e disperato. Isabelle Adjani è la vanesia, infida e autoreferenziale star Sidonie. L’iconica Hanna Schygulla, mamma Rosemarie, è decisa, perdonante e comprensiva. Stefan Crépon (Karl) non pronuncia una sola parola per tutto il film, però esprime una variegata gamma di reazioni ed emozioni con gli occhi e la straordinaria mimica facciale. Khalil Gharbia è il seduttivo Amir che amministra sapientemente il suo fascino, incurante di calpestare i sentimenti altrui solo per il suo egoistico tornaconto. Il personaggio forse è ispirato all’attore e partner di Fassbinder El Hedi ben Salem, protagonista di La paura mangia l’anima.

Per chi ha amato Rainer Werner Fassbinder, per chi non lo ricorda, per chi non lo conosce ancora o anche solo per vedere un’opera estremamente intelligente, ironica e malinconica senza cadere mai in facili eccessi, Peter von Kant è un film gay da non perdere.