Torna in scena lo spettacolo basato sul carteggio epistolare che documenta la lunga storia d’amore tra Giovanni Testori e Alain Toubas. Approfondiamo con un’intervista all’autore e protagonista realizzata al Ginesio Fest la nostra recensione già pubblicata, e diamo qualche cenno su due spettacoli visti alla rassegna teatrale svoltasi nelle Marche e degni di nota.
foto: Masiar Pasquali – © LAC – Lugano Arte e Cultura
L’avevamo già recensito su queste pagine lo scorso inverno e l’abbiamo da poco rivisto al Ginesio Fest, il festival teatrale diretto dal regista e attore Leonardo Lidi, ritrovando uno spettacolo dal fortissimo impatto sia per l’eccellente interpretazione sia per il tema. Per sempre, di e con Alessandro Bandini, è tratto dal carteggio intercorso tra lo scrittore, poeta e drammaturgo Giovanni Testori e lo studente universitario ventunenne Alain Toubas, di prossima pubblicazione da Feltrinelli.
Circa 3000 lettere d’amore sinora inedite e mai tradotte dal francese, che coprono gli anni tra il 1959 e il 1962 quando Testori, che allora aveva 36 anni, s’invaghì follemente del giovane parigino, conosciuto durante un suo viaggio in Francia. Tre anni nei quali entrambi sembravano non sopportare la distanza che li separava, surrogandola con due, anche tre lettere al giorno, nell’attesa di potersi ritrovare.
Prima di approfondire la loro storia, arricchendola con l’intervista che abbiamo fatto a Bandini, diamo qualche breve cenno su due altri lavori, nell’ambito di un cartellone di alto profilo, visti a San Ginesio, il piccolo paese nelle Marche destinato a diventare il “Borgo degli Attori”, di cui proprio san Genesio martire di Roma è il santo patrono nonché santo protettore degli attori di teatro. Questo grazie all’impegno della direttrice organizzativa Isabella Parrucci e alla creazione di un Premio all’Arte dell’Attore ideato da Remo Girone, scomparso lo scorso anno, e quest’anno assegnato all’attrice Maria Paiato e al regista, attore e direttore del Teatro Nazionale di Torino Valerio Binasco.

In occasione del quinto anno della sua direzione artistica, Leonardo Lidi ha portato al festival lo spettacolo di fine corso dei suoi allievi della Scuola di Teatro dello stabile torinese. Dopo Zoo di vetro e La gatta sul tetto che scotta, Lidi è tornato a Tennessee Williams mettendo in scena il suo ultimo testo, scritto tre anni prima della sua morte nel 1983. Si tratta de Il taccuino di Trigorin (alle Fonderie Limone di Moncalieri-Torino dal 24 al 29 novembre), rivisitazione che Williams operò sul Gabbiano di Cechov, autore da lui amatissimo, rimanendo in linea di massima fedele all’impianto originale, concedendosi però qualche variabile che ci riporta alle sue tematiche. La più rilevante consiste nella dichiarata bisessualità dello scrittore Trigorin, amante succubo della dispotica attrice Arkadina, madre del protagonista Konstantin.
In un serrato dialogo con Arkadina, Trigorin, che non si separa mai dal suo quaderno di appunti come evoca il titolo, confessa di aver avuto molti partner sia prima sia dopo l’inizio del loro legame, e con un giovanotto incontrato in una vacanza in Sicilia aveva anche avuto una storia. Nessuna sorpresa da parte della donna che si dice già a conoscenza dei suoi trascorsi, facendone una sottile arma di ricatto al fine di tenerlo legato a sé. Nell’allestimento di Lidi, pur assai apprezzato e innovativo, con gli allievi giustamente chiamati a scambiarsi i ruoli principali, abbiamo trovato il mini ritratto del ragazzo siciliano stereotipato e aderente ai vecchi cliché dell’omosessuale effemminato e ancheggiante.

Enzo Vetrano e Stefano Randisi – ph. Ester Rieti
Non ha un’esplicita valenza omosessuale l’amicizia tra i due clochard protagonisti di Totò e Vicè (al teatro India di Roma dal 21 al 26/11), un testo di Franco Scaldati ricco di poesia e con echi beckettiani, ripreso dal repertorio della compagnia Randisi-Vetrano, ma è ricco di tanto affetto e complicità il legame tra i due, di cui Enzo Vetrano e Stefano Randisi (loro è anche la regia) danno un’interpretazione magistrale che il pubblico del chiostro di Sant’Agostino ha lungamente applaudito.
Torniamo ora a Per sempre, ricordando che dopo i tre anni del rapporto epistolare, Alain Toubas si trasferì in Italia e con Testori ha convissuto sino al 1971, quando la loro storia d’amore si è esaurita, rimanendo però fortissimo il legame d’amicizia e comunione di spirito tra loro, durato sino alla morte dello scrittore nel 1993.

Alessandro Bandini ha dedicato ben due anni allo studio delle lettere e a documentarsi, anche grazie al supporto di Giuseppe Frangi dell’Istituto di Cultura Casa Testori, prima di allestire lo spettacolo che, nell’ambito di una lunga tournée, è in programma tra le altre, a Roma (Spazio Diamante 5-8 novembre), Milano (Piccolo Teatro 28 e 29/11) e Torino (Gobetti 9-11 dicembre) per proseguire sino a febbraio, toccando anche piccole località di provincia e del Sud.
Nato a Genova, Alessandro ha vissuto per un breve periodo col papà a New York, tornando poi nella sua città, dove ha avuto il primo contatto con il teatro a sei anni, vedendo uno spettacolo del Teatro della Tosse e sentendo già allora che quella era la strada che avrebbe voluto percorrere. Ha frequentato una scuola di teatro per bambini e dopo la maturità è entrato nell’Accademia del Piccolo Teatro. Una volta diplomato ha cominciato a lavorare con registi e coreografi come Alessandro Sciarroni, Antonio Latella e Carmelo Rifici. Lo ricordiamo in Come nei giorni migliori, diretto da Leonardo Lidi (di cui abbiamo parlato ampiamente sue queste pagine), pièce di Diego Pleuteri che racconta di un tumultuoso rapporto di coppia. Lui interpretava Billy (nome mediato da Billy Elliot) accanto al compagno di scena Alfonso De Vreese nel ruolo di Jessica (ovviamente Fletcher). L’abbiamo incontrato a San Ginesio.

Alessandro Bandini
Prima di metter mano al progetto dello spettacolo, cosa sapevi e che sensazioni avevi rispetto all’opera di Testori?
L’ho incontrato a 14 anni, non sapendo chi era, in una scuola di recitazione a Genova: avevamo messo in scena la sua Arialda in cui interpretavo il personaggio di Lino (il giovane uomo di cui è innamorato Eros, fratello della protagonista che dà il titolo alla pièce, regista Luchino Visconti, prima censurata e vietata ai minori a Roma, poi bloccata al debutto milanese nel febbraio 1961, N.d.A.) e riflettevo già sul fatto che si potesse parlare d’amore anche sotto quell’aspetto. Non avrei mai immaginato che sarebbe entrato così profondamente nella mia vita. Poi il regista Antonio Latella, nell’ambito della sua Bottega Amletica Testoriana, il progetto di “esplorazione” sui tre lavori di Testori con al centro Amleto, chiese a noi otto partecipanti di presentare un suo pezzo: ne esaminavo il teatro ma non trovavo qualcosa che mi coinvolgesse davvero. Ho poi letto I trionfi, la sua prima opera poetica del 1965, e di quella valanga d’amore mi colpì come si potesse parlare di questo sentimento anche in modo così carnale. Ho quindi scelto un estratto del poema, diventato la base di un lavoro su Testori che ognuno di noi doveva portare alla fine del percorso.
E come sei arrivato al carteggio?
Lo spunto è venuto da un’intervista fatta a Testori in cui, da grande estimatore del pittore Tanzio da Varallo, diceva che si era sempre interrogato sul come Tanzio amasse. Mi sono subito chiesto come lui stesso amasse e ho deciso di consultare le lettere, disponibili dal 2021, dopo che erano state lasciate a Toubas (che aveva ereditato tutti cospicui beni dello scrittore), poi recuperate tramite acquisto da Casa Testori e affidatemi da Giuseppe Frangi. Leggendole e studiandole ho deciso di usare unicamente quelle di Testori e non quelle di Alain che il dramaturg Ugo Fiore aveva letto e tradotto.
Perché non prendere in considerazione quelle anche di Alain?
Ho capito che non volevo lavorare alla biografia di un amore (che peraltro esce comunque) quando ho travato una lettera in cui Testori affermava che quella passione era troppo per lui e non riusciva più a scrivere poesia. Ho pensato allora che il lavoro doveva riguardare non solo il loro amore, ma avrebbe potuto indagare il rapporto che c’è tra la parola privata di un innamorato che è un poeta, quindi privilegiare la creazione di un fatto artistico. La voce di Alain, venuta così a mancare, mi permetteva di non cadere nella psicologia, di rendere più potente la voce di Testori e soffondere il suo innamorato di un alone mitologico, misterioso. Il punto diventava dunque non come si amavano ma come un uomo così dilaniato dall’amore volesse scrivere solo poesia.
Come hai operato la selezione?
Ho preso in considerazione I trionfi, cercando di evidenziare quali erano i temi principali, facendo sì che le lettere diventassero una sorta di mappa utile poi a leggere un poema omosessuale così intenso. In un epistolario durato circa tre anni (tra cui un anno in cui non si videro mai) vengono fuori lati assai scabrosi, come i dettagli più erotici e violenti, che ho deciso di togliere non certo per pruderie, ma per salvaguardare l’equilibrio dello spettacolo, oltre al fatto che mi sembra giusto rimanessero tra loro. Ho scelto così di lavorare sul lato “infantile” nel senso alto del termine: come dice Testori stesso, gli sembrava di tornare bambino e ne andava fiero.

Con questo tipo di background, come ti sei spiegato la “conversione” o svolta religiosa dello scrittore, approdato in seguito a Comunione e Liberazione?
Ho preso in esame il periodo 1959-62, ma poi la sua produzione è stata vastissima, in più ambiti. Di fatto nelle lettere non c’è alcun accenno a Dio o alla religione: alla fine dello spettacolo ho lasciato aperte quelle domande che forse rivolge a se stesso o a Dio o al suo amato. Nell’epistolario non c’è comunque mai un indizio al fatto di sentirsi nel peccato, ma un particolare forse significativo circa la sua visione dell’omosessualità è che Alain è entrato nella casa di Novate solo quando morì la sorella di Testori.
Cosa pensi possa veicolare il tuo importante spettacolo a un giovane spettatore o spettatrice dell’universo LGBT?
È successa la stessa cosa con Come nei giorni migliori la cui forza era di parlare di una storia d’amore che poteva essere eterosessuale od omosessuale. Era uno spettacolo così limpido e sincero che il pubblico non ne faceva più una questione di genere. La stessa cosa con Per sempre: ho cercato di parlare di come l’amore travolge il poeta e lo porta a tanta bellezza. Ritengo questa una conquista: è l’amore, in questo caso per un uomo, che crea arte. Cercare di non problematicizzarlo lo rende ancora più forte, e come diventa impossibile ogni ghettizzazione o barriera a cui ci si possa appigliare.
Hai accennato a Come nei giorni migliori che sta girando da quattro anni con immutato successo. Come ti sei avvicinato al personaggio di Billy e nel tuo carattere c’è più qualcosa di lui o di quello di Jessica?
Non c’è nulla della nostra vita, ma Diego li ha creati in base all’energia che Alfonso e io abbiamo. All’inizio mi rispecchiavo molto in Billy: pragmatico, sa bene quello che vuole e lo persegue. Passando il tempo, anche per la relazione che sto vivendo adesso, di certo racconta tanto di me, però c’è anche tanto di Jessica. Quello che cerco di fare è rubare da Jessica per arricchire Billy in qualche modo. Nei primi anni ero indentificato come quello un po’ stronzo, ma mi sono reso conto che l’animo umano è a 360 gradi e cerco di contaminare: forse prima mi sentivo più vicino a Billy ma ora Jessica la guardo più bonariamente.
Un personaggio che ti piacerebbe portare in scena e un progetto in corso?
Prima o poi mi piacerebbe fare Giulietta di Shakespeare, ma spero vada in parallelo anche il mio percorso di autore. Il prossimo impegno sarà con Melancholia, un testo di Jon Fosse con la regia di Alessandro Sciarroni che dovrebbe approdare alla Triennale di Milano nella seconda metà della prossima stagione.
