È in scena Robert e Patti, spettacolo sulle vicissitudini di una cantante americana che insegue invano successo e riconoscimento e vive il presente nel ricordo dell’amore irrisolto per un compagno gay. Robert Mapplethorpe e Patti Smith li seguono nell’ombra.

foto: Laila Pozzo

 

L’ingegno e il talento di un’artista sono necessariamente commisurati alla fama e al successo che ha raggiunto? È questo l’interrogativo su cui siamo chiamati a riflettere assistendo a Robert e Patti, scritto da Emanuele Aldovrandi e diretto da Francesco Frongia, prodotto dal Teatro dell’Elfo di Milano, dove rimane in scena sino al 14 novembre.

Il titolo ci evoca all’istante due personaggi celebri come Robert Mapplethorpe e Patti Smith, legati tra gli anni Settanta e Ottanta da un profondo legame di amicizia e complicità che, nonostante la conclamata omosessualità del grande fotografo, sconfinava nell’amore, ma subito comprendiamo che la nostra supposizione non era corretta. I protagonisti della pièce si chiamano come loro però sono due persone completamente diverse. La Patti dei giorni nostri è sì una cantante, che però di cognome fa Johnson e sopravvive a New York cantando le cover dell’altra Patti in un club di terz’ordine, dove il suo agente recluta improbabili sosia dei divi del passato e del presente (un Elvis calvo, una Joan Baez con le stampelle e così via) per esibirsi nelle loro hit più famose.

Non più giovane, vive in uno stato di grande prostrazione, soffrendo per la povertà e soprattutto per l’incomprensione che il mondo riserva alle sue composizioni, sorta di spiazzanti ballate più simili a poesie trasposte in musica. La reazione del pubblico del club a queste sue performance è feroce ma lei, per la disperazione del suo agente, a rischio di venir licenziata, non demorde. Non riesce a capacitarsi del fatto che con la sua omonima ha condiviso gli inizi difficili, abitato nel medesimo Chelsea Hotel e frequentato gli stessi ambienti. Il successo ha poi baciato l’altra. Lei pure aveva tanto amato un Robert, anche lui gay e anche lui destinato a morire a causa dell’AIDS.

Specchio della sua infelicità è l’appartamento dove vive: un loft nel quale in un indicibile disordine sono ancora ammassati gli scatoloni del trasloco fatto decenni prima. Sparsi dovunque vediamo anche manifesti, dischi, strumenti musicali, parrucche e cibi mal conservati. Qui, non atteso, irrompe Mark, il giovane padrone di casa che dal padre ha ereditato l’intero edificio. Il motivo della visita è l’avviso di sfratto con la proposta di una buona uscita. Superfluo dire che Patti lo prende a male parole e lo mette alla porta. I due si ritroveranno a breve in un frangente assai drammatico.

All’improvviso ci ritroviamo negli anni Settanta con Patti e il suo Robert nel fiore degli anni. Convivono in un ménage che ha i suoi alti e bassi, e quello che più li lega è l’entusiasmo, il credere l’uno nel talento dell’altra e la convinzione di poter diventare celebri. Non mancano però furibondi litigi: in un’epoca di estrema libertà sessuale, se lei accetta il fatto che il giovanotto si prostituisca con uomini per poter coltivare e supportare le sue qualità artistiche, soffre però per la mancanza dell’amore fisico, fatto salvo quello spirituale che lega entrambi. Assistiamo quindi a un loro cruento scontro dove non si risparmiano colpi bassi, ma finiscono col riconciliarsi. Siamo poi riportati di nuovo al presente con Patti ancora sola, combattuta tra i ricordi e la morsa della realtà in un finale giustamente aperto.

Emanuele Aldovrandi, pluripremiato drammaturgo, tradotto e rappresentato anche all’estero come lo è stato a New York ii suo Farfalle (che sarà all’Elfo Puccini dal 16/11), coglie il bersaglio nel disegnare la psicologia e i tratti caratteriali dei suoi personaggi, mettendone a nudo fragilità e contraddizioni, senza indulgere a facili sentimentalismi, e riuscendo nell’intento di suscitare nello spettatore un moto di empatia nei confronti soprattutto di Patti.

La regia di Francesco Frongia, che ha ripreso e molto ampliato la lettura scenica vista tre anni fa, ben asseconda il testo arricchendolo di una scena stipata e coloratissima e da musiche sia dell’epoca (il rock dei Black Sabbath in Planet Caravan e quello dei Sonic Youth) che dai brani originali composti da Cesare Malfatti. Merito dell’ottimo esito della pièce va anche agli interpreti. Loris Fabiani è un adrenalinico agente ai limiti dell’isterismo, in parte giustificato dalla caparbietà della sua protetta, e Riccardo Buffonini, in una delle sue prove più mature, si divide benissimo tra il pragmatico ma in fondo compassionevole Mark e Robert, figlio emblematico del suo tempo, narcisista, egocentrico seppur amorevole.

Ida Marinelli, di cui salutiamo il ritorno in palcoscenico, regala alla sua Patti tanti diversi registri quasi come in uno spartito musicale, cimentandosi anche come strumentista e cantante in un’improvvisazione non a caso intitolata Il disastro. Funzionali ai momenti più drammatici e conflittuali i toni alti della voce, però a noi emozionano alcuni sommessi “a parte” in cui la sua recitazione di natura intimistica dà il meglio. Per completare quella che non vuole essere solo una recensione dello spettacolo, abbiamo chiesto a Ida e a Riccardo di comunicarci il loro approccio, le loro suggestioni o le eventuali difficoltà nell’affrontare in un gioco di squadra questi personaggi.

IM – “Di Patti ho voluto sottolineare la sua assoluta fede nell’arte nonostante gli insuccessi e il suo entrare e uscire dagli incubi del suicidio: è un personaggio tragicissimo in un contesto di commedia, quindi anche divertente, vitale e leggero. È però molto complesso e mi ha dato filo da torcere. Ho cercato di far affiorare quei nodi relativi alle sue fragilità che non erano scritti nel testo, favorendo un collegamento tra l’autore e il regista. Evocare gli anni settanta inevitabilmente ha fatto riaffiorare in me tanti ricordi: a quel tempo a Verona lavoravo in fabbrica, ma frequentavo anche il conservatorio e alla sera ero impegnata come corista. Andare ai concerti rock era un sogno, ma appena potevo mi univo a un gruppo folk. Per avvicinarmi alla mia Patti in un modo propedeutico, quest’estate ho comprato un basso e ho preso lezioni di pianola, componendo anche delle filastrocche che però non compaiono nello spettacolo. La fama? Costa troppo. Per me la soddisfazione più grande è quella di lavorare in un collettivo che per me è una vera famiglia.”

RB – “Ho voluto lavorare su due differenti qualità fisiche del modo in cui i personaggi vivono la scena e intessono le proprie relazioni. Mark è un uomo formale, colto, inesperto a esprimere sentimenti, ma alla fine desideroso di aiutare Patti. Per lui mi affido all’ironia al fine di aggirare l’imbarazzo che si crea nella situazione. Credo che l’ironia sia il più potente antidoto che abbiamo a disposizione per salvarci e per salvare gli altri. Robert è legato a Patti da un potente legame spirituale e da una forte dipendenza emotiva, ma è stretto in una morsa tra il desiderio di esprimere la sua sessualità e il non riuscire a lasciarla. Per lui attingo a una mia emotività più dolente, provando a immaginarmi quegli sbalzi d’umore che la giovane età ci riserva, passando anche attraverso quella rabbia ribelle che esplode in noi per difenderci da quelle situazioni che ci fanno paura perché temiamo di rimanere soli e non corrisposti. In lui ho voluto giocare anche la carta della seduzione e attraversare quel tormento esistenziale di chi ha riposto nell’amare un ideale troppo spesso complicato da realizzare.”