Prende spunto da un cruento episodio di cronaca del 2016 lo spettacolo che la regista Ivonne Capece ha diretto adattandolo da un romanzo di Nicola Lagioia. A Roma un giovane escort è torturato e ucciso nel corso di un festino a base di droga, alcol e sesso da due ragazzi di buona famiglia. Un gesto inspiegabile e una notizia che sconvolse nel profondo l’opinione pubblica italiana.

 

Quella di trasferire sulla scena il romanzo La città dei vivi di Nicola Lagioi, pubblicato da Einaudi nel 2022, è stata una scelta coraggiosa e impegnativa, data la natura per nulla teatrale del materiale narrativo. Ivonne Capece, anche direttrice artistica del teatro Fontana di Milano, ha dato corpo e voce ai protagonisti i quali, prima che nelle pagine del libro, sono stati al centro di un tragico fatto di cronaca nera difficile da dimenticare.

Era il marzo 2016 e Manuel Foffo, studente di giurisprudenza, famiglia borghese proprietaria di un ristorante, a suo dire inventore di una start up che l’avrebbe condotto al successo, dedito al consumo di droga, acconsente alla proposta dell’amico Marco Prato, conosciuto qualche mese prima, PR per eventi nei locali gay, omosessuale con passione per il travestimento, di organizzare a casa di Foffo nel quartiere Collatino di Roma un festino a base di alcol, sesso e stupefacenti. Deve esserci però un terzo, dato che uno degli scopi del party sarebbe quello di fare molto male a qualcuno senza una precisa ragione, giusto per vedere che sensazione quell’atto avrebbe potuto suscitare.

La scelta cade per puro caso su Luca Varani, 23 anni, di origini bosniache, adottato bambino da una famiglia romana, studente alle serali e di giorno aiuto del padre in un commercio ambulante, eterosessuale e fidanzato, però segretamente escort per uomini al fine di procacciarsi denaro anche per la droga.

Per 100 euro il ragazzo accetta l’offerta ed entra in quella casa da cui non uscirà vivo. Seguono tre giorni di pura follia in cui la cocaina come l’alcol scorrono a fiumi e non mancano gli approcci sessuali, ma la mente dei due, già ottenebrata, procede poi col mettere in atto il terribile piano: dalle sevizie si passa alla tortura e, infine, al vero e proprio massacro del corpo di Luca, facendolo morire in una lunga agonia.

Pietro De Tommasi – ph. Luca Del Pia

La mattina dopo, svegliandosi, Foffo e Prato, si rendono conto dell’orrore compiuto. Quest’ultimo si fa accompagnare in un hotel dove metterà in atto un maldestro tentativo di suicidio non portato a termine, mentre il primo si confida con il padre che subito, tramite un avvocato, avverte i carabinieri i quali poco dopo, facendo irruzione nell’appartamento, trovano i resti del giovane celati sotto un piumone.

Questa la pura cronaca, e com’era prevedibile sia Lagioia che Capece sono andati ben oltre i fatti, in primis facendo del romanzo una lucida analisi sia sociale sia psicologica. La prima investe il rapporto degli assassini con i rispettivi padri, la seconda le zone grigie della loro personalità, l’essere insoddisfatti di quello che sono senza peraltro aver chiaro cosa vorrebbero essere. L’ambiguità sessuale di Foffo, copertura assai probabile della non accettazione della propria omosessualità (premesso che lo spettacolo, per precisa scelta ribadita all’inizio, non ha alcuna finalità informativa o documentaristica e di conseguenza non sono presenti i nomi dei personaggi). Il non aver strumenti per affrancarsi dalla soffocante eredità genitoriale, e soprattutto il grande vuoto al loro interno che non riescono a riempire.

ph. Luca Del Pia

“Non mi interessava raccontare un delitto – sottolinea Capece – ma il vuoto che lo circonda. La città dei vivinasce dal bisogno di attraversare quella zona cieca in cui l’umano si smarrisce, dal desiderio d’interrogare l’ombra, non di illuminarla. La vicenda raccontata nel romanzo è una discesa nell’abisso che ha i crismi del rito sacrificale, muove componenti emotive profonde, non solo nei protagonisti ma anche in chi guarda. È una riflessione sulla nostra incapacità di vedere, sulla tensione tra la necessità di capire e l’impossibilità di comprendere il male fino in fondo. Ho cercato la vertigine etica che la cronaca contiene: l’adattamento non vuole trasporre il romanzo, ma riscriverlo come esperienza interiore. Ho cercato un linguaggio che restituisse la complessità del testo senza riprodurlo, isolando linee emotive e voci interiori.”   

Sulla scena siamo al cospetto di una sorta di evocazione che ci riporta a Roma, con busti e statue di marmo candido issate su trespoli, quasi un museo a cielo aperto anche se contaminato da alcuni elettrodomestici.  I fondatori della città, Romolo e Remo, alter ego degli assassini, in un tableau vivant sono allattati da un lupo-uomo politico, simbolo del perpetuarsi della violenza maschile che esploderà anche nei mitici gemelli. Sono anche presenti schermi che accoglieranno video, immagini e ologrammi, quindi decisamente nulla di realistico ma più luogo mentale.

Daniele Di Pietro – ph. Luca Del Pia

Molte sono le variabili introdotte dalla regista, a volte liberamente, altre assecondando il testo. La più interessante ci è parsa quella della figura di uno scrittore-narratore, una sorta di coro il cui sguardo spazia nel cuore della città e di chi l’abita, dipingendo della stessa un quadro assai oscuro e degradato, sia dal punto di vista ambientale che umano. A interpretarlo è l’attore Sergio Leone che copre anche il ruolo dei tre padri dei ragazzi, ovviamente diversi tra loro per status sociale e istruzione. In comune hanno l’incapacità di vedere i figli come veramente sono e non come loro li avrebbero voluti, attraverso una lente a volte greve di protervia, eccesso di generosità e istinto di giustificare anche quanto di più ingiustificabile ci sia.

Ecco allora che uno di loro ignora o minimizza la confusione sessuale del figlio, per cui la preoccupazione non è quella di esser definito assassino bensì “frocio”, e lo vorrebbe simile al fratello, perfetto sposo e padre integrato nella famiglia e nel ristorante. Non sappiamo se un secondo genitore sia a conoscenza della sieropositività del suo ragazzo che per scelta non ha rapporti protetti e cerca solo contatti con maschi eterosessuali con immaginabili, nefaste conseguenze. Inevitabilmente meno strutturato è il ritratto della vittima che anche nel romanzo ha pochissimo spazio: un giovanotto di indole buona, i carnefici lo definiscono “uno stupido”), che forse pecca di superficialità e non si avvede del pericolo che il suo rendersi merce comporta nel contesto violento delle nostre città.

Sergio Leone, Pietro De Tommasi e Daniele Di Pietro – ph. Luca Del Pia

Il ritmo frenetico dell’azione, spezzato dai flashback e diviso tra recitazione, performance, danza e canto, è dettato dalla condizione mentale dei due, sempre più compromessa dalle droghe. L’incipit è a delitto compiuto, poi si torna ai preparativi della trappola, al suo tragico sviluppo per lasciare infine i responsabili, l’uno a confronto con il padre e l’altro, in vestaglia damascata, autoreggenti e tiara sulla testa, perso nei deliri che precedono l’intenzione di uccidersi coi barbiturici, citando la storia d’amore tra Luigi Tenco e Dalida, finiti entrambi suicidi. Si riuniscono nel finale, svuotati e sfiniti, per cantare al microfono Vedrai vedrai, altro successo del cantautore genovese e non si sa se il “Ti amo” a conclusione sia rivolto l’uno all’altro.

Forse non indispensabile all’ottimo equilibrio della pièce la reiterazione del massacro già palesato, la regia di Capece si intende come abile scavo che si propone, attraverso il filtro del teatro, di restituire la complessità della cronaca, trasfigurata in mitologia urbana, sublimata con lo strumento dell’arte, focalizzata sull’ambiguità morale che ritroviamo nel romanzo. La sua visione più che mostrare sembra voler suggerire e immaginare il non detto, il rimosso, un invito a interrogarci sulle nostre zone buie.

Pietro De Tommasi – ph. Luca Del Pia

Una prova davvero complessa e riuscita per gli attori che si spendono con grandi energie. Sergio Leone è riflessivo narratore come anche padre a più facce, ora rabbioso e sbrigativo dai toni alti, ora rassegnato, deluso o semplicista nel tentativo di giustificare l’indole del figlio. Pietro De Tommasi è il disperato PR che tenta di reagire all’infelicità esistenziale che lo attanaglia, punendo senza ragione il prossimo. Daniele Di Pietro è colmo di rabbia e rifiuta il cliché del ragazzo di buona famiglia però non riesce a trovare il vero se stesso. Cristian Zandonella, vittima sacrificale, conferisce al personaggio sia la giusta fisicità sia il candore e un solare ottimismo. In video, con il gruppo dei familiari attoniti o dolenti e la gente comune che commenta l’accaduto, i cammei, tra gli altri, di Tindaro Granata e Arianna Scommegna.

Il raffinato concept visivo e i costumi sono firmati da Micol Vighi, sound designer Simone Arganini e luci curatissime di Luigi Biondi. La città dei vivi, applaudito al teatro Fontana, è uno spettacolo necessario che non ci abbandona dopo la visione per le molte emozioni e riflessioni che suscita. Prodotto da Elsinor, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli- Teatro Bellini e Teatro di Sardegna. La tournée prosegue a Bologna (Arena del Sole 18 e 19 dicembre), Bari (Kismet 24 e 25 gennaio) e Napoli (Bellini dal 27 gennaio all’1 febbraio).