Dopo il suo coming out del 2023 quando rivelò di convivere con il virus HIV dall’età di 28 anni, Elena Di Cioccio è tornata a teatro con una stand up comedy dove si racconta senza filtri e si diverte a schiaffeggiare moralmente il pubblico con battute intelligenti e provocatorie. Un monologo serrato che invita sia a informarsi sia a cambiare prospettive sulla propria vita, e così anche la comicità può servire ad abbattere lo stigma.
Attrice e conduttrice in radio e TV, Elena Di Cioccio è nota al grande pubblico soprattutto per essere stata in passato un’inviata del programma Le Iene. Questo mese è tornata a calcare le scene con lo spettacolo ProPositiva 2.0 in un breve tour di cinque date iniziato a Bergamo il 1° dicembre, giornata mondiale di lotta all’AIDS. Sul palco c’è solo un microfono ad asta. Elena entra in scena e inizia a parlare. Il pubblico non si rende subito conto di essere salito su una montagna russa senza aver allacciato le cinture di sicurezza.
Adesso si dice essere una persona che vive con l’HIV, perché le aspettative di esistenza e la qualità della vita si sono normalizzate grazie agli avanzamenti della medicina, perciò iniziare declamando a viva voce che si è una persona sieropositiva non colpisce nel segno bensì allo stomaco, e l’effetto qui è voluto.

Ci sono momenti iniziali che mi ricordano le migliori scene di Sex and the City quando le protagoniste parlano di sesso senza tabù e sparlano degli uomini. Poi Elena inizia a spiegare cosa è stato per lei scoprirsi ammalata con il virus HIV, come il mondo le crollò addosso e si tenne tutto dentro, come reagì (molto male) e come un passo alla volta si è liberata dalle catene mentali che la imprigionavano.
Parla anche di cosa rappresentò il famigerato spot TV di Pubblicità Progresso a tema prevenzione AIDS del 1990, che declamava: “Se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide”, dove le persone infettate si ritrovavano avvolte di colpo da un alone viola, e nella vita di tutti i giorni erano trattate come untori. In fondo, sbrigativamente, all’inizio della pandemia l’AIDS era “la peste dei gay”.
Questo forse è un punto debole dello spettacolo, perché chi non visse quell’epoca non può ricordarlo per averlo visto e sarebbe stato interessante e utile, invece, proiettarlo per rinfrescare la memoria o per farlo conoscere e trasmettere un pezzo di storia ai più giovani, soprattutto ora che, come lei in maniera brillante racconta, siamo arrivati a U = U ovvero Undetectable equals Untrasmittable. La carica virale non rilevabile nel sangue implica che il virus HIV non è trasmissibile, quindi non si contagia. Provate però a spiegarlo all’uomo con cui state sperando di vivere un torrido incontro a letto tra le lenzuola… Lei lo racconta e il pubblico si sbellica dalle risate.

In sala si ride di continuo, ma la sensazione che ho avuto è che ogni tanto i presenti non volessero capire le realtà e le verità che stavano ascoltando. Elena allora aumenta la dose, in un crescendo anche di politicamente scorretto che con maestria usa totalmente a suo vantaggio per un’ora ininterrotta di monologo.
Uno spettacolo così importante andrebbe proposto in prima serata su una rete televisiva nazionale o messo a disposizione su YouTube, perché si è praticamente smesso di parlare di questo tema e lei lo fa soprattutto rivolgendosi alle persone eterosessuali, parlando anche di costi infimi dei preservativi soprattutto se comparati ai costi enormi delle terapie, in Italia per fortuna passate dal sistema sanitario nazionale quindi “pagati con i soldi delle vostre tasse!”. Prevenire è meglio che curare, però andate a farlo capire all’attuale Governo sessuofobico (non che con i precedenti andasse meglio…).

Nel mondo LGBT, invece, io la notai nelle campagne di raccolta fondi della LILA Lega Italiana Lotta all’AIDS, di cui è stata testimonial dal 2012 al 2014. Non aveva fatto ancora il coming out pubblico della sua sieroconversione, che sarebbe avvenuto solo una decina d’anni più tardi con la pubblicazione del libro Cattivo sangue edito da Vallardi nel 2023, e di un monologo di circa due minuti in televisione da ex-Iena, che potete vedere qui. Non avevo fatto alcuna connessione ai tempi né avrei battuto ciglio al riguardo se mi fosse passato per la mente, rimasi solo colpito che una persona famosa, anzi una donna famosa, ci mettesse la faccia, perché soprattutto ai tempi non era per niente scontato.
Come rimasi impressionato dalla campagna promozionale per l’evento benefico milanese Convivio del 2016, la più importante mostra mercato di beneficenza in Italia a favore di Anlaids Sezione Lombarda, ideato nel 1992 da Gianni Versace. Quell’anno ci mise la faccia Franca Sozzani, all’epoca la potentissima direttrice di Vogue Italia, a cui ebbi la sfrontatezza di chiedere un’intervista che mi concesse, perché lo slogan affermava “L’AIDS è di moda” ed esplose il finimondo. Fu l’episodio Il diavolo veste Prada della mia vita che non dimenticherò mai, nonché uno degli articoli che pubblicai sulla rivista PRIDE il mensile gay italiano di cui vado più fiero. Non mi ridusse in coriandoli dopo cinque minuti e parlammo, invece, per più di mezz’ora nel suo mega-ufficio con vista sul Castello Sforzesco. La sua competenza sul tema era fuori dal normale (e io mi ero preparato per bene).

C’è un altro pensiero che voglio aggiungere prima di arrivare all’intervista che ho fatto a Elena in occasione della tappa milanese che si è tenuta al teatro Filodrammatici con la regia minimalista di Tommaso Amadio. Giovanni Dall’Orto, giornalista e storico gay tra i fondatori di ASA Associazione Solidarietà AIDS di Milano, una volta mi fece notare che all’inizio della pandemia di AIDS nei media veniva propinato il dato che il 10% della popolazione considerata a rischio esposizione e trasmissione del virus HIV era composto da omosessuali maschi e persone tossicodipendenti che si scambiavano siringhe infette.
Il fatto che di conseguenza il 90% delle persone che diventavano sieropositive erano per forza di cosa persone eterosessuali, dato logicamente algebrico, non era mai sfiorato, con tutte le nefaste conseguenze del caso… Purtroppo non è sempre vero che ciò di cui non si parla non esiste.
ProPositiva è un gioco di parole molto efficace. Cosa significa per te il titolo che hai scelto per il tuo one woman show, e quali differenze ci sono tra la prima versione presentata lo scorso anno e questa 2.0?
Essere “ProPositiva” è un gioco di parole tra essere propositiva, quindi un atteggiamento costruttivo verso la vita e verso le cose che accadono, anche quelle brutte, e positiva è un riferimento scontato a essere positiva all’HIV. Mi piaceva proprio per dare l’accento sulle cose belle, perché veramente la vita tipo può anche stendere al tappeto, ma dipende da come volgi lo sguardo e da come la metti a tuo favore. Quindi “ProPositiva” era il titolo giusto.
Rispetto alla prima versione presentata l’anno scorso che era molto teatrale, quindi ricca di elementi scenici come tappeto, luci, proiezioni, insomma tante cose che creavano uno spettacolo prevalentemente teatrale, questa versione è una versione asciutta, molto più vicino alla stand-up che alla pièce teatrale, perché volevamo andare solo con la parola in direzione del pubblico, un rapporto diretto, e giocarcela veramente tutto con la parola. Siamo molto contenti perché ha funzionato bene.
È difficile vendere uno spettacolo del genere ai teatri?
Non lo so, questo devi chiederlo ai produttori (ride).
La comunità gay affrontò l’arrivo della pandemia di AIDS intraprendendo una lotta titanica, creando reti di supporto e mutuo aiuto, e a seguire nacque una sottocultura specifica che ha compreso ogni settore dell’arte. Come donna eterosessuale ti mancò o non trovasti una boa di salvataggio, e com’è o come vedi la situazione adesso “per voi”?
Come donna nei vari centri che ho frequentato, sia lo Spallanzani di Roma che il San Paolo di Milano, c’era sempre un punto di riferimento a cui chiedere, anche un supporto psicologico. Sicuramente la lotta fatta dalla comunità gay ha creato come dire una letteratura condivisa di un problema condiviso. Mentre noi persone eterosessuali abbiamo vissuto tanto il non detto, il non dire, il non fare: è una cosa tua, vivitela da sola… Invece io credo profondamente nella condivisione, perché la condivisione permette di valorizzare sia l’esperienza del singolo ma anche di utilizzare l’esperienza del singolo, perché quello che hai passato tu può essere utile a un altro. È solo condividendo sulla stessa base che possiamo trarre il meglio dalla nostra esperienza, anche quando magari le nostre esperienze non sono particolarmente belle. E, ancora di più, lì troviamo la forza per mettere insieme più elementi possibili. Rimanere solo isolati non fa bene a nessuno, né con le malattie ma neanche nella vita in generale.
Com’è la situazione per noi adesso non ne ho idea, nel senso che avendone parlato pubblicamente conosco tantissime persone HIV positive ora, però so che il 90% delle persone HIV positive che conosco non lo dicono a nessuno. Quindi credo che ci sia ancora questa difficoltà di poter vivere la propria malattia in maniera normale, aperta e salvifica per certi versi.
In occasione della mostra al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano dello scorso anno “Ri-Scatti: Somebody to Love”, che ha mostrato le storie e le vite di persone con HIV attraverso loro fotografie scattate apposta insieme a materiale storico da vari archivi, non erano presenti donne. La cosa ti sorprende, e come mai si parla poco di HIV e universo femminile?
Allora, sì mi sorprende come mi sorprende non trovare una quota femminile in tantissimi altri aspetti della vita, della società, di qualsiasi altro aspetto ci riguardi. Stiamo faticosamente uscendone adesso forse, vedendo la prima luce post patriarcato, quindi ancora tanto è legato a un vecchio retaggio per cui le donne sono una cosa e non sono l’interezza che invece dovrebbero essere. Nel caso della sessualità ancora facciamo fatica ad accettare il piacere, il gusto, l’orgasmo femminile come espressione di piacere, approvvigionamento del piacere, desiderio di fare delle esperienze.
Quindi, ancora sul tema dell’HIV questa narrazione, anche un po’ vecchia, mi ricorda di “Ah, io sono stata vittima in qualche modo di un maschio cattivo”, che fosse il compagno, che fosse una relazione occasionale di cui io mi fidavo ciecamente, che mi ha fatto diventare vittima. Ecco, questa è una narrazione che credo vada interrotta. Ognuno fa quello che decide di fare e delle volte si incappa in qualche malattia, non per questo siamo delle brutte persone, è solo una casistica.
Quali sono i tuoi prossimi progetti oltre alla rubrica “Segreti” che tieni su Vanity Fair?
È stato un autunno molto intenso: ho girato una serie internazionale, una italiana, ho il mio programma in radio su Rai Radio 2 il sabato e la domenica dalle 17 alle 19.30 che continuerà anche nel 2026 (Tutti Nudi a Radio2, N.d.A.), ho la mia rubrica su Vanity Fair, ho fatto bene con gli spettacoli… Diciamo che adesso mi godo il Natale e le vacanze, poi ci penso sicuramente!
