Transizione, ricerca dell’identità, smarrimento esistenziale e fluidità sono le parole d’ordine della Biennale Teatro di Venezia da poco conclusasi e per il secondo anno diretta da Gianni Forte e Stefano Ricci. Tematiche scomode che con coraggio gli artisti hanno portato sulla scena.

foto: Sabina Boesch – “Brief interviews with hideous men – 22 types of loneliness”

 

Il rosso (Rot in un’accezione multilingue) è il colore che ricci/forte hanno scelto per la seconda tranche della loro direzione triennale della Biennale Teatro, chiedendo a tutti gli artisti invitati una riflessione sul loro rapporto con esso, come testimoniano nel prezioso e originalissimo catalogo.

È stata la regista brasiliana Christiane Jatahy, meritatamente insignita del Leone d’Oro, ad aprire la rassegna con il suo The Lingering Now, una pièce multimediale, secondo tassello di Odissey, trilogia ispirata all’Odissea di Omero di cui Itaca era il precedente, dove l’indugiare forzato non è più quello di Ulisse, ma dei rifugiati o di coloro che vorrebbero emigrare per salvarsi la vita da regimi dittatoriali e repressivi che non tollerano, oltre agli oppositori politici, anche le diversità sessuali.

Li vediamo nelle interviste proiettate su un grande schermo: ci parlano da paesi come la Palestina, Libia, Sudafrica, Grecia e Amazzonia, talvolta con le loro reali identità, altre volte con il volto e la parola di attori e attrici. Non esiste quindi una vera e propria azione teatrale se non quella affidata ad alcuni performer che, mescolati tra il pubblico, a sorpresa irrompono in scena cantando e ballando con l’intento di coinvolgere lo spettatore in un momento liberatorio in cui, dopo l’angoscia causata delle dolenti vicende testimoniate, trovare anche lo stimolo per un sorriso.

The Lingering Now

“Rimuoviamo i rifugiati dal nostro mondo, attaccando loro un’etichetta che li tiene a distanza di sicurezza dalla nostra realtà – afferma Jatahy – È difficile immaginare che possano influenzare noi e i nostri cari. Questa vicinanza ci viene ricordata durante lo spettacolo dagli attori palestinesi e siriani, ora rifugiati in Libano. Questi viaggi hanno avuto un profondo effetto su di noi grazie al confronto con persone così forti che si sono aperte per portare un tocco di luce alla nostra finzione e che, attraverso questa stessa finzione, hanno illuminato la loro e la nostra realtà.”

Uno dei viaggi fatti da Christiane – che sullo schermo diventa uno dei momenti emotivamente più coinvolgenti della serata – è quello in cui la regista visita un villaggio indigeno in piena foresta amazzonica (il luogo dove suo nonno precipitò e morì in un incidente aereo) che le dissennate scelte di Bolsonaro, in nome dello sfrenato sfruttamento del suolo, stanno letteralmente distruggendo col fuoco, mettendo a repentaglio la stessa vita dei pochi nativi sopravvissuti.

Se a The Lingering Now manca forse l’intensità espressiva delle precedenti Tre sorelle cechoviane, è però scevro di quel senso di artificiosità che avevamo riscontrato in Entre Chien et Loup, ispirato al film Dogville di Lars von Trier e prima parte di una Trilogia dell’Orrore.

Una foresta – foto Andrea Avezzù

Meritoria iniziativa già ben rodata da qualche anno è la Biennale College, trampolino necessario per portare alla ribalta giovani talenti della drammaturgia e della regia. Il vincitore dello scorso anno, Olmo Missaglia, ha presentato Una foresta, progetto alla cui scrittura hanno collaborato anche gli interpreti Lea Chanteau, Michele De Luca, Mizuki Kondo e Romain Pigneul.

Manca una vera e propria trama con uno sviluppo consequenziale: tre giovanotti di lingue e da paesi diversi si ritrovano ai margini di una metaforica foresta (l’età adulta con tutte le sue problematicità?) dove le loro vite s’intrecciano per alcuni istanti in un vorticoso girotondo in cui non mancano slanci affettivi (vedi un bacio appassionato tra due dei ragazzi), ma non si risparmiano anche cattiverie e gelosie. Le cose si complicano con l’arrivo di una fanciulla che li prende in carico per portarli all’interno di quel misterioso spazio, ai confini tra realtà e finzione, trasformando la performance in una sorta di road movie.

“Il mio timore più grande” dice Missaglia “è che disuguaglianze e disequilibri siano già così parte integrante del nostro DNA societario che siamo destinati a continuare ad accettarli, a esserne de-sensibilizzati, a non intravedere più un’alternativa comune, ma solo futuri esplosi e personali.”

Broke House – foto Ves Pitts

Da sempre sperimentatore dell’uso combinato della ripresa video in diretta associata all’azione scenica, l’americano Caden Manson con Jemma Nelson e il suo Big Art Group ci sorprende piacevolmente con la sua creazione Broke House, mostrandoci le storie parallele degli inquilini (gli spiantati o squattrinati del titolo) di una casa assai movimentata, ripresi nella loro quotidianità da un regista che ne vuole ricavare un corto.

C’è l’intestatario dell’appartamento, gay maturo, sempre coperto solo da una vestaglia birichina, che non nasconde un forte interesse per il giovane filmaker ma deve allo stesso tempo tenere a bada un’amica convivente piuttosto borderline che sogna di incontrare online un ricco principe azzurro con il quale fuggire per evadere dalla realtà provinciale e due sorelle senza scrupoli (una donna trans e l’altra un travestito) che, spacciandosi per il suo innamorato, la derubano di tutti i risparmi. Superfluo aggiungere che ognuno di loro vuole conquistare più spazio possibile nel filmato e mettere al centro le proprie priorità.

Tra incomprensioni, discordie e malintesi, arriva al pari di un fulmine a ciel sereno un avviso dell’imminente sfratto e, se già avevamo ritrovato nella pièce echi del Giardino dei ciliegi di Cechov, il finale con gli scatoloni colmi e gli addii, ce lo riportano in pieno. Come accade ai suoi personaggi, ciascuno di loro prenderà una destinazione diversa, per alcuni nota e per altri no. Unica consolazione per il padrone di casa sarà il congedo con un bacio alla francese che il regista non gli nega.

Secondo Caden Manson “Broke House è in parte commedia, in parte rituale, in parte incantesimo d’amore. La performance esplora un processo di costruzione (una famiglia, un sistema di credenze, un’economia di valori) bruscamente interrotto da eventi come l’incoerenza sociale, il disastro climatico, lo sconvolgimento economico col risultato che gli attori entrano in uno stato transitorio di possibilità. Come tutti i nostri lavori vuole essere anche una riflessione sullo stato attuale dell’America che crediamo sia in continuo movimento almeno da quando il nostro ensemble è operativo.”

Eccellente gioco di squadra di tutto il cast (David Commander, Nicholas Gorham, Heather Litteer, Willie Mullins, Matthew Nasser e Edward Stresen Reuter) e menzione speciale per la scenografia e le proiezioni che hanno illuminato le pareti del teatro Piccolo Arsenale a cura dello stesso Manson.

Brief interviews with hideous men / 22 Types of Loneliness – foto Sabina Boesch

Non capita certo tutti i giorni al vostro cronista di entrare in sala e, avviandosi verso il posto assegnato, notare due pornostar in piena attività lavorativa (di cui dobbiamo celare i maliziosi dettagli) in un angolo del palcoscenico. È quanto accade al teatro Alle Tese in una sorta di “vivace” prologo a Brief Interviews with Hideous Men – 22 Types of Loneliness, tratto dall’omonimo libro di David Foster Wallace (lo scrittore americano suicidatosi a soli 46 anni) che la regista di origine russa. ma cresciuta in Lettonia Yana Ross (ora attiva tra Berlino e Zurigo) traspone sulla scena, proprio in nome dell’amore per il suo pensiero. Il testo è strutturato su una serie di domande spinose che una giornalista rivolge a un congruo numero di individui “odiosi”, come recita il titolo. Noi però non sappiamo quali siano le sue domande,  ne ascoltiamo solo le affannate risposte.

Il sesso nei suoi aspetti più articolati è il tema dominante e il maschio nei confronti del genere femminile esce alquanto ammaccato: misoginia, sopraffazione e violenza caratterizzano il suo comportamento. Non viene risparmiata neppure una coppia di gay sposati che, al momento del divorzio, tra fumi dell’alcol e giochi erotici con giganteschi falli finti, si giocano a testa o croce l’affidamento dei figli, e non trovando un accordo decidono di sopprimerli.

Gli “imputati” provano a giustificarsi, si arrabbiano, a volte litigano con l’intervistatrice. Se da un lato Wallace sembra chiedersi sin dove possono arrivare gli uomini e la mascolinità tossica, collocando la disumanizzazione nella sfera privata e quindi invisibile, dall’altro sembra nutrire una sorta di empatia (comprensione o pietà?) verso di loro che la regista intende sottolineare – pur non condividendola – rendendo questi inquietanti ritratti spesso talmente estremi da risultare grotteschi e perfino comici, quindi apparentemente innocui.

“Mi sarebbe piaciuto discutere con Foster Wallace dei limiti dell’empatia. Alla sua fiducia nell’infinita possibilità di empatizzare con il prossimo, avrei voluto ribattere che non possiamo comprendere e investigare tutto se ci manca la fisicità dell’esperienza, se non abbiamo sperimentato certe cose in prima persona. Wallace conosceva bene la sofferenza del vivere: soffriva di depressione, alcolismo e dipendenza dai media. A proposito di questo suo pamphlet disse che il principio unificatore è la solitudine: tutto ciò che ha scritto a che fare con questo”.

A differenza dell’asciutta messa in scena in italiano proposta di recente dal regista Daniel Veronese, Ross gioca sull’accumulo di citazioni, colori, musiche e ammiccamenti erotici (che peraltro non turbano il disincantato pubblico internazionale) per vivacizzare al massimo il testo che a volte rischia però di cadere nella verbosità. Gli interpreti Lena Schwarz, Michael Neuenschwander, Iknur Bahadir e Urs Peter Halter, affiancati dalle generose pornostar Katie Pears e Conny Dachs, sono tutti davvero bravi, recitando, cantando e ballando ai limiti della resistenza fisica.

Samira Elagoz – foto Andrea Avezzù

Il Leone d’Argento è stato assegnato a Samira Elagoz, 33 anni, artista e regista finlandese-egiziano, operativo tra Amsterdam e Berlino, per la prima volta in Italia, che ha presentato la sua creazione Seek Bromance (dove il secondo termine unisce “brothers” a “romance” per indicare una storia d’amore con un amico/a) in cui mette in scena la sua transizione dal femminile al maschile iniziata tre anni fa, da lui definita una “trans opera/film live”. Elagoz, laureata in coreografia ad Amsterdam, come artista donna ha dedicato la propria pratica al ricercare e filmare uomini cisgender e i loro primi incontri con uomini di sesso maschile. Per cinque anni ha girato il mondo, prima e dopo il movimento #metoo, con la sua performance Cock, Cock…Who’s There?, in cui provocatoriamente cercava di recuperare il rapporto con la propria sessualità dopo aver subito un trauma legato alla sfera sessuale. Ora Samira s’identifica come uomo trans con un passato da high femme.

“Sono incline alla malattia e agli incidenti, quindi a volte esistere è uno sport estremo. Ho un rapporto decisamente complesso con la femminilità e con l’essere donna. Ho dato tutto a questo aspetto. Mi sono identificato con l’essere donna come esperienza, ma non come identità. Il fatto di essere cresciuta come donna ha plasmato ciò che sono oggi e non sarei quello che sono se non fosse stato per il mio essere donna, ma allo stesso tempo non è qualcosa che voglio continuare a essere.”

Seek Bromance

Samira ci mostra la relazione, dal momento del primo incontro sino alla rottura finale, tra due “transmasculine” che si conoscono all’inizio della pandemia: l’altro è l’artista brasiliano e suo collaboratore Cade Maga: entrambi hanno un trascorso di interpretazioni di personaggi femminili , ma coltivano atteggiamenti molto diversi riguardo a cosa possa essere la mascolinità. Le immagini raccontano anche il suo lungo addio all’identità femme: con solo una macchina, una manciata di soldi e una scorta di testosterone ci espongono le dinamiche della mascolinità e della femminilità nella loro interezza.

“Con quest’opera non è mia intenzione educare le persone cis, giustificare la nostra esistenza o essere esempi splendenti e positivi, ma illustrare una storia vera in cui i protagonisti trans sono complessi e tormentati, progressisti, ammirevoli, problematici, persone con cui ci possiamo identificare: ribelli, amanti e creatori.”

Nel ricchissimo cartellone (che ha visto anche i lavori della compagnia belga Peeping Tom e dei nostri Deflorian/Tagliarini) non si può dimenticare la personale dedicata al da noi amatissimo regista svizzero Milo Rau, direttore artistico del teatro di Gent in Belgio e insignito nel 2018 del Premio Europa a San Pietroburgo (che non poté ritirare dopo che l’ambasciata russa gli negò il visto), comprendente la pièce La Reprise (vista anche a Milano) e una rassegna del suo teatro filmato.

La prima, affrontando la spinosa questione della rappresentabilità sulla scena della violenza e degli eventi traumatici, ci aiuta a ricordare un orrendo delitto di stampo omofobico. Una notte dell’aprile 2012 il giovane Ihsane Jarfi accetta, davanti a un bar gay di Liegi, l’invito di salire sull’auto di quattro ragazzi, pretestuosamente per “parlare”, ma è una trappola: finirà violentato e torturato per ore fino alla morte, e lo troveranno cadavere solo due settimane più tardi. Rau riscostruisce il fatto scena per scena con attori professionisti e non, raccogliendo le testimonianze dei genitori, di cittadini e la versione degli assassini desunta dai verbali del processo.

Late Hour Scratching Poetry

A completare il serrato programma sono stati i workshop e le masterclass nell’ambito della Biennale College e l’appuntamento quotidiano sotto le stelle con Late Hour Scratching Poetry, un ciclo di letture dedicato alle “graffianti” opere in prosa di Alda Merini, in collaborazione con L’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e impreziosito dalle suggestioni musicali di Demetrio Castellucci. L’apertura è stata affidata ad Asia Argento alla quale ha fatto seguito la curatrice Galatea Ranzi che ha dato voce a passioni, tormenti e gioie della poetessa. Accanto a lei giovani attrici e in conclusione Sonia Bergamasco, un modo eccellente per concludere la serata cui hanno partecipato tantissimi giovani. Un segnale quanto mai incoraggiante per il futuro del nostro teatro.